Viviamo nell’era dell’iperconnessione, dove tra messaggi, vocali e notifiche la parola è sempre “in produzione”, ma l’ascolto spesso va in manutenzione straordinaria: parliamo tantissimo e ci capiamo pochissimo, e non solo in coppia. Il punto non è fare l’elogio del mutismo, né trasformare casa in un monastero, ma rimettere il silenzio al suo posto, cioè tra gli strumenti di benessere che aiutano a disinnescare stress, reattività e quel clima da “riunione infinita” che certe discussioni sanno creare.

Richard Romagnoli, nel suo libro Il Silenzio che Guarisce, propone una chiave controintuitiva ma molto concreta: recuperare il silenzio come competenza relazionale, capace di interrompere l’automatismo emotivo e riaprire uno spazio di ascolto autentico.

“Il silenzio non è un privilegio riservato a pochi, come un lusso da concedersi solo quando il tempo lo permette. È una necessità biologica che appartiene a ciascuno di noi, dobbiamo considerarlo un bisogno tanto quanto lo sono il riposo, l’ossigeno che respiriamo o il cibo che ci nutre” sostiene Richard Romagnoli. Se ci pensi, è un concetto persino tradizionale: una volta si contavano di più gli sguardi e le pause, oggi contiamo le spunte blu. Eppure la logica resta la stessa, quando la temperatura sale conviene mettere un buffer prima di rispondere, perché la prima versione del messaggio è spesso quella che si rimpiange.

In pratica:

  1.  La prima mossa è fermarsi un attimo prima di replicare, anche pochi secondi, giusto il tempo di non lasciare che l’ego prenda il volante.
  2. La seconda è ascoltare per capire e non per preparare la controargomentazione, perché se stai già costruendo la risposta mentre l’altro parla, stai facendo “presentazioni interne”, non una conversazione.
  3. La terza è trattare le emozioni come dati e non come ordini operativi: riconoscerle aiuta a non trasformare ogni frase in un attacco o una difesa, e spesso basta nominare ciò che si prova per evitare che esploda.
  4. La quarta è ridurre il rumore mentale e digitale, perché se arrivi a fine giornata con la testa piena, ogni parola dell’altro suona come un ticket urgente e la pazienza va in standby.
  5. La quinta è cambiare KPI: non “vincere” la discussione, ma trovare una soluzione che appartenga a entrambi, perché nelle relazioni il trionfo individuale ha un costo altissimo e un ritorno bassissimo.

La proposta, allora, è semplice ma non banale: fare spazio a un silenzio consapevole, non per sottrarsi al confronto, ma per renderlo finalmente possibile, con tempi e confini chiari, tipo “mi fermo un attimo e poi ne riparliamo”, così la pausa diventa una scelta di cura e non una punizione. Se invece il silenzio diventa sparizione, ricatto o controllo e lascia l’altro in sospeso per ore o giorni, siamo fuori dal perimetro del benessere, perché lì non è più una pausa, ma una strategia che logora e che merita attenzione, anche con un supporto esterno.

In un mondo pieno di rumore, recuperare un silenzio ben usato è una piccola rivoluzione domestica: meno parole reattive, più ascolto, e una relazione che torna a funzionare come un buon progetto, con allineamento, rispetto e una roadmap condivisa.

 

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