Si fa presto a dire triatleta…
Si fa presto a dire triatleta, a dire “sono un triatleta”… Perchè in fondo basta un po’ saper nuotare, basta un po’ saper pedalare e basta un po’ saper correre. E il gioco è fatto. Poi però quando ti ritrovi in riva al mare e vedi la boa che si perde là in fondo tra le onde, la cosa che pensi è sempre la stessa: ” Ma no dai, figurati… Non possono essere 700 metri fino là, saranno almeno il doppio. Dovranno ancora sistemarle…” . E invece la boa resta laggiù in fondo, lontana, lontanissima, un po’ anche inquietante che sembra impossibile andare, girarle intorno e tornare.
Ed è proprio quello il momento in cui capisci che forse non “sei proprio un triatleta…”, che l’hai pensato troppo in fretta, che forse ( senza forse) tra te e molti degli altri che ti stanno di fianco spalmati di vaselina, con lo sguardo fiero verso l’orizzonte del mare, con la muta già ben allacciata, con dieci, venti anche trent’anni di meno qualche differenza c’è… C’è triathlon e triathlon. E c’è n’è uno che racconta un’ altra storia, lontano parente di quello degli atleti veri e di chi fa sul serio, dei più allenati…
E’ un triathlon che prova a scrollarsi via le rughe, che non vuole darla vinta al tempo, a qualche acciacco o a qualche chilo di troppo. Che sfida i giudizi di chi sentenzia che “c’è una stagione per tutte le cose” ma che forse è solo un alibi per non mettersi in gioco o, forse ancora, solo mancanza di coraggio oppure solo invidia…E’ un triathlon che sceglie linee defilate per non finire nella “tonnara”, che fatica a trovare il laccio della cerniera appena usciti dall’acqua, che non mette i piedi nudi sopra le scarpe da bici per guadagnarsi tre secondi in zona cambio, che non usa gli elastici per tener dritti i pedali. Tanto non serve.
E’ il triathlon di chi “T1” e “T1” servono per rifiatare, rimettere a posto le idee, radunare le forze. E’ il triathlon di chi all’inizio corre piano, perchè la bici indolenzisce i quadricipiti e dopo corre piano lo stesso perchè a una certa età la fatica vale doppio. E’ il triathlon di chi sempre e comunque usa la muta, anche con l’acqua a 27 gradi, anche con il sole di luglio, anche quando, per la bella gioventù, è un peso pure il body. E’ un triathlon di retrovia con pochi lustrini e poco pubblico, con le voci dello speaker in lontananza che annunciano il podio mentre c’è chi ancora sta correndo, con le transenne che si svuotano, con i ristori che quasi sbaraccano.
E’ un triathlon dove, come si usa nel ciclismo, si fatica per non finire fuori tempo, per arrivare al traguardo, per portarsi a casa la maglia nera che fu di Malabrocca ma anche di tutti quelli che arrancano in fondo al gruppo. Con gli anni, con l’esperienza dicono quelli che non vogliono fartela pesare, si apprezza anche il lento andare, che non è un disonore. Anzi. Ma tant’è. E’ il triathlon dei compromessi che poi alla fine è un alibi per giustificare il fatto di essere scarsi ovunque. E’ il triathlon di chi si allena a casaccio perchè “tiene” un lavoro ma soprattutto “tiene” famiglia e quindi non “tiene” tempo.
E allora un giorno si nuota, l’altro si corre, quando c’è qualche ora in più si esce in bici in un ordine assolutamente casuale e confuso. E’ il triathlon delle illusioni perchè, come dice un proverbio “l’occhio del padrone ingrassa il cavallo” e allora, nella solitudine degli allenamenti ci sentiamo tutti eroi, ci rimiriamo in bici nelle vetrine, ma poi quando ti passa a fianco tuo figlio capisci che fa un altro sport e vorresti scomparire. E’ il triathlon che mischia le carte. Che mette tutti insieme, che tiene tutti insieme figli, mogli, fidanzate, gli amici che condividono e ( pochi) anche quelli che non condividono e scuotono la testa. E il triathlon di chi nonostante tutto non molla e se ne frega di arrancare, di saper nuotare solo un po’, di saper pedalare solo un po’ e di saper correre sempre solo un po’. Che poi la guardi e la riguardi quella boa lontanissima in fondo al mare e alla fine decidi che è arrivato il momento di farci i conti e di andarsela a prendere. Si fa presto a dire “triatleta” ma poi pian piano lo si diventa sul serio. Ed è bellissimo.
