Fatica, sorrisi, pianti. E poi abbracci, pugni chiusi, braccia al cielo, urla, carezze e sguardi che fermano attimi irripetibili. Mani che stringono coppe e medaglie magari olimpiche che ripagano di sacrifici, rinunce, gioventù barattate all’inseguimento di sogni, che danno il senso a una vita. Piaccia o no lo sport è questa “roba” qui e le olimpiadi anche.

Anzi, soprattutto verrebbe da dire anche se la deriva è pessima e il percorso della fiamma olimpica, che dei Giochi è il simbolo sacro, è purtroppo l’esempio. Un viaggio ridotto a recita imbarazzante affidata alle mani di una pletora di tedofori del nulla: attori, cantanti, soubrette, influencer, chef, figli di, amici di… Che con lo sport niente hanno a che spartire.

Un “carrozzone” che sta attraversando il Paese e che nel suo lungo e ammiccante girovagare si è dimenticato chi delle olimpiadi ha scritto la storia, lasciando per strada campioni e medaglie olimpiche come Cristian Ghedina, il più grande discesista azzurro di sempre o Silvio Fauner oro olimpico nel fondo a Lillehammer nel ’94. Certo c’erano una volta i Giochi dell’antichità dove ardeva il sacro fuoco di Olimpia, ci sono oggi le olimpiadi moderne con le guerre che non si interrompono più, con la paura degli attentati, con gli sponsor che dettano i tempi e le condizioni, con i governi che decidono dove si dovranno fare. Va così e ci mancherebbe.

Però la china è inquietante e avvicina sempre di più lo sport degli atleti allo sport di plastica, quello delle esibizioni, delle sceneggiate, capace di portare sul ring a mortificare la nobile arte della boxe lo youtuber Jake Paul e l’ex campione dei pesi massimi Anthony Joshua o nel tennis la numero uno del mondo Aryna Sabalenka e Nick Kyrgios in una “battaglia dei sessi” tanto ridicola quanto inutile. Così anche la fiaccola risplende meno e rischia di spegnersi. Perché non accada va riconsegnata nelle mani degli atleti, di chi lo sport lo ha fatto, lo ha vissuto, ne conserva la gioia e la memoria. Il resto è “fuffa”.