Tra qualche giorno cominciano le paralimpiadi di Milano-Cortina. Una sfida nella sfida. E val la pena di ricordare ciò che, più o meno un anno fa, disse Giovanni Malagò facendo il punto sui Giochi che erano all’orizzonte e che ancora non poteva sapere che sarebbero stati il successo che poi sono stati: «Puoi anche organizzare le Olimpiadi più belle di sempre- aveva detto il presidente della Fondazione Milano-Cortina- ma se poi toppi le Paralimpiadi non hai fatto niente…». Ed è la verità perchè si parla tanto di inclusione, di barriere da abbattere, di città accoglienti ma spesso tutto resta solo «materia di studio». I Giochi paralimpici sono invece l’occasione concreta per verificare sul campo quanto realmente la fruizione degli spazi, delle strutture, dei servizi rispondano davvero a quel principio che gli urbanisti chiamano «Design for all» e che si traduce con soluzioni capaci di soddisfare le esigenze motorie e di partecipazione di ogni individuo, nessuno escluso. Una prova del 9, insomma. Ma ovviamente non sarà solo una sfida urbanistica. Milano-Cortina è il proseguimento di un cambiamento nella cultura sportiva che, passo dopo passo (Londra a Parigi sono solo gli ultimi esempi) ha portato le paralimpiadi ad essere non più solo un evento inclusivo, riabilitativo e comunque collaterale ma una vera e propria manifestazione sportiva d’èlite. Una rivoluzione che ha cambiato le regole del gioco e la percezione storica della disabilità e dello sport. Quindi non più partecipare ma «gareggiare», non più «supereroi» ma atleti che si allenano, faticano, vincono e perdono come tutti, che non fanno uno sport «speciale» ma uno sport. Punto.