“Penso di essermi innamorato del triathlon semplicemente guardandolo in televisione, in occasione dei Giochi Olimpici di Atene 2004. Prima di allora ero un nuotatore, e ad essere sincero mi stavo iniziando ad annoiare…. Quando ho visto questi grandi atleti correre in costume ho pensato che fossero davvero fighi, belli da vedere, e ho deciso che volevo diventarlo anche io. Ecco, forse è proprio per questo che ho iniziato: volevo esser figo come loro”.

Così qualche anno fa raccontava come si è avvicinato al triathlon Vincent Luis, 37anni francese della Borgogna,  pochi giorni fa campione del modo ironman alle Hawaii. Era il 2005 poi, passo dopo passo, vittoria dopo vittoria ha scritto pagine importanti in  uno sport che gli è entrato sottopelle prima nelle distanze più brevi, poi in quella olimpica e infine nell’ iroman. La sua è una vicenda famigliare perchè da piccolo accompagnava suo papà alle gare e poi ha iniziato a farle diventando ciò che è diventato soprattutto con la maglia della nazionale francese. 

Una lunga storia di successi. Dopo le gare giovanili vince il campionato europeo Junior e poi anche il mondiale sempre nella stessa categoria. Nel 2019 si mette in testa la corona di campione del mondo dopo aver concluso la stagione di poco davanti al compagno di allenamento Mario Mola in una finale al cardiopalma alla Grand Final di Losanna, titolo che difende con successo nel 2020 ai Campionati del Mondo indipendenti di Amburgo. Ai Giochi di Tokyo 2020 contribuisce alla memorabile medaglia di bronzo conquistata dai “galletti” nella staffetta mista di triathlon, al debutto olimpico di questa disciplina. Ed altro (molto altro) ha corso e ha vinto. Poi la scelta di passare alle distanze lunghe con la vittoria nel 70.3 in Bahrein  e il quarto posto due anni fa al Challenge di Roth dove crede di aver chiuso un cerchio: “Venti anni fa ero salito in macchina con i miei genitori per venire fin qui a tifare mio padre che gareggiava nella sua prima gara di lunga distanza- raccontò a Triathete-  E ora i miei genitori sono con me in auto a vedermi gareggiare nella mia prima sfida lunga distanza”.

Ma non era una fine era un inizio. Un nuovo inizio che negli ultimi due anni lo ha portato a Kona per quella che doveva essere la sua ultima gara da professionista. Così aveva annunciato, così aveva deciso prima di mettersi dietro in una sfida drammatica e affascinante come solo le Hawai sanno regalare tutti i più grandi: da Iden a Blummenfelt, da Barnaby a Le Corre a Laidlow. E altri ancora. Un viaggio di grande fatica, di sofferenza, di caldo estremo, di ghiacccio e acqua, di grandi prestazioni, di crolli… Luis ha fatto tutto come andava fatto: al meglio.  Primo in 7 ore e 47 minuti. Primo sul placoscenico più importante. Primo come forse nessuno immaginava. E allora ieri all’Equipe il francese ha confessato che qualche dubbio, dopo il trionfo, ora c’è: “Ci sto pensando, anzi ripensando e le possibilità che io finisca qui sono al 50 per cento…”. Nulla è ancora deciso quindi. Anche perchè una vittoria a Kona non è una vittoria qualunque. E’ il sogno di una vita ma anche un investimento che tra premi, sponsor e nuovi contratti ora può essere monetizzato. Giusto così, ovviamente. Un premio alla classe, alla carriera di un atleta straordinario  e ai sacrifici che gli hanno permesso di finire davanti a tutti. Chapeau!