“Con la handbike ho fatto una pernacchia alla mia malattia”
«Ero una bambina indipendente e monella. Quando mi dicevano che non potevo fare una cosa, rispondevo con una pernacchia. Facevo tanto sport, amavo il judo, avevo energia da vendere. In terza media mi sono accorta che qualcosa non andava. Non mi sentivo più padrona del mio corpo. Ho lasciato judo, ma ho continuato a fare ciclismo, non volevo fermarmi. Verso i 22 anni ho scoperto che avevo la sclerosi multipla. Il fidanzato mi ha mollata, mi hanno detto che dovevo rinunciare a qualunque tipo di sport. Ho chiuso i miei sogni nel cassetto. Ero incavolata con il mondo intero. Finché un giorno è piombato nella mia vita uno strano mezzo: l’handbike…».
Il Museo del Ghisallo ha accolto, un paio di giorni fa, Roberta Amadeo, protagonista assoluta del paraciclismo internazionale, pluricampionessa mondiale di handbike con 8 titoli tra strada e cronometro. Ha raccontato la sua storia ed è un piacere ascoltarla una volta ancora perchè per molti (ma anche se fosse per una sola persona) la sua è un’avventura di resilienza e di riscatto, un esempio e un aiuto per tutti coloro a cui la vita, in un modo o in un altro, ha presentato un conto pesante. Ha portato con sè la maglia iridata conquistata nell’ultima stagione e l’ha donata al Museo che la esporrà accanto alla maglia rosa già custodita nelle sale di Magreglio, a testimonianza di come lo sport si possa intendere come cura e affermazione personale.
Nata nel 1970, Amadeo ha iniziato la carriera a 41 anni diventando un riferimento nella categoria H2, con due titoli europei e un ruolo attivo nella promozione dello sport come strumento di autonomia e inclusione. Vicepresidente AISM e impegnata nelle scuole, lega il proprio percorso anche all’evoluzione tecnologica della handbike e al valore della fatica come opportunità. Il suo rapporto con il Ghisallo è consolidato nel tempo e si rinnova in un incontro che unisce testimonianza personale, cultura sportiva e innovazione.
«E pensare che all’inizio ero restia a salire su una handbike– racconta- Poi sono balzata su, ho dato due inforcate belle toste e il mio cuore ha preso il volo. Mi sono innamorata del gesto, del vento sul viso, della fatica di usare sole le mani. Sono tornata quella bambina indipendente e monella. Ho vinto numerosi premi, tante vittorie che non sento solo mie, ma di tutte le persone con la sclerosi multipla. Il ciclismo è uno sport di fatica, mi dicevano che era impossibile. Ho fatto una pernacchia ai limiti, e non mi sono più voltata».
