Tutto si poteva immaginare in quella mattina del 19 gennaio del 1984 tranne che fosse proprio quello il giorno in cui,  sulla pista  in cemento del Centro Deportivo di Città del Messico, Francesco Moser avrebbe “rubato” l’Ora a Eddie Merckx.  Non era nei piani, non era in programma perchè  “in programma” c’era solo un allenamento che sarebbe dovuto servire a testare per l’ultima volta  bici,  strumentazioni e gambe… Ma dopo una ventina di minuti, inanellando giri su giri, le gambe giravano come non mai  e il vantaggio sul campione belga era già di quasi un chilometro. Così dal bordo della pista partì l’ordine di continuare, di non fermarsi.  Sembrava impossibile battere i 49,432 chilometri percorsi dal “cannibale” in un’ora al Velodromo olimpico di Città del Messico il 25 ottobre 1972. Sembrava impossibile abbattere il muro dei 50 orari ma capirono tutti che l’ora era arrivata. Un’altra ora ovviamente…E il campione trentino si fermò dopo  50,808 chilometri, sgretolando non solo un record ma anche un pezzo di storia.

Un altro sport, era il passaggio dal ciclismo dei pionieri a quello dell’era moderna.  Che per la prima volta provava ad adottare criteri scientifici, ad applicare il test Conconi,  a monitorare i dati acquisiti su un “potente” computer Olivetti, ad incrociare la  velocità critica con la  frequenza cardiaca e la soglia di potenza aerobica per capire quale fosse il moneto preciso in cui un atleta cominciava ad affaticarsi e quindi a rallentare iniziano ad affaticarsi. Che diceva addio riso in bianco e alle carni bianche,  alla prima la colazione con le grandi bistecche e cominciava ad alimentarsi e nutrirsi  (non più solo semplicemente a mangiare) con i consigli, le tabelle e gli studi dello staff di Enervit.

Quel 19 gennaio di quarantadue fa Francesco Moser si mise in bicicletta e, forse senza volerlo del tutto, scrisse la storia. Che poi quattro giorni dopo ribadì. Perchè così stava scritto, così voleva e così doveva a tutti quei tifosi che avevano deciso di seguirlo dal Palù di Giovo fino in Messico ma che l’appuntamento con la storia non potevano immaginare che arrivasse in anticipo.  E così quattro giorni dopo Francesco Moser tornò in pista per battere Francesco Moser.

Oggi 51.151 e’ il nome di uno spumante.  Quarantadue anni fa era un nuovo record pochi giorni dopo quella che sembrava l’impresa di tutte le imprese, la rivoluzione copernicana del ciclismo, ciò che non si poteva immaginare . Un record tenuto ben stretto dalle mani grandi di Francesco Moser che rispetto a quel giorno a Città del Messico oggi ha  capelli bianchi e qualche ruga in più ma in fondo è rimasto lo stesso. Stessa caparbietà di chi è diventato grande badando al sodo, stessa faccia scavata di chi ancora pedala. Come il Bufalo Bill di un altro Francesco (de Gregori) “una locomotiva con la strada segnata” .Perché quell’ora, che oggi hanno battuto, ritoccato, sgretolato  da quel 23 gennaio del 1984  sembra non finire mai. Sembra che il tempo continui a girare su quei 333metri della pista del Centro Deportivo per l’occasione verniciata con una striscia di resina per aumentarne la scorrevolezza. Quella volata a oltre cinquantuno orari fu la rivoluzione, un’ alba via satellite per migliaia di tifosi davanti alla tv che trasmetteva con un sibilo che sembrava di essere nella stiva di una nave  mercantile.

Quel record fu un poster del Guerin Sportivo che finì sulle pareti delle case, nelle sedi delle società ciclistiche, nei negozi, nei garage per dire “io c’ero” anche se non c’ero, per  dire visto, seguito, applaudito. Furono le voci degli speaker spagnoli,  gli abbracci, le facce felici e la gente impazzita che alla fine si riversò sul prato. E furono gli sponsor che allora non erano ciò che sono oggi anche se la passione e la voglia di affiancare le sfide è sempre la stessa. Ma quel 51.151 fu soprattutto l’inizio di una nuova era fatta di ruote lenticolari, di body, di alimentazione bilanciata e di cardiofrequenzimentri. Pionieri sì, ma di quello che sarebbe diventato il nuovo ciclismo. Che corre e si rincorre e spesso purtroppo va fuori strada.

Di un ciclismo che con quella bici improbabile sembrava già nel futuro ed invece ci ha messo un amen a finire in un museo. Di un doppio record  che sembrava in cassaforte per chissà quanto e che durò nove anni per cedere poi a Graham Obree, semisconosciuto inglese che pedalava su una “lavatrice”. E fu negli anni a seguire una china strana e un po’ balorda, lontanissima dal futuro che sembrava portare quella bici con le ruote piene tant’è che toccò all’UCI mettere un punto fermo tornando all’antico omologando solo i record realizzati con le bici normali.  Ora l’ora e quella di Filippo Ganna. Un’ora di 56.792 chilometri che sembra davvero tanto distante da quella che Moser scrisse in terra messicana. Ma forse non è così.  Perchè in un’ora si possono raccontare tante cose ma non tutti ne sono capaci. Coppi, Anquetil, Merckx, Moser appartengono alla storia e sono  membri di un club che dà cittadinanza a pochi, pochissimi.  L’ora è coraggio. L’ora è l’ora: e non passa mai