I Giochi sono (quasi) fatti e comunque sono cominciati tra gli applausi e lo stupore di due miliardi e mezzo di spettatori incantati da un cerimonia d’apertura degna di tal nome. Il presidente della Repubblica è arrivato in tram e a tenere a battesimo la terza olimpiade invernale disputata in Italia dopo Cortina nel ’56 e Torino vent’anni fa, è stato lo stadio Meazza: una meraviglia.

Il tram e San Siro: due formidabili simboli di Milano, della sua storia, della città che è stata e che non sarà più. Di una metropoli che è cambiata, che fa gola ai grandi fondi di investimento e che ha però allargato tantissimo la forbice delle sue disparità. Una città che ancor di più cambierà e che i Giochi contribuiranno a cambiare, perché è impossibile opporsi al tempo.

Ma quella olimpica non sarà solo un’eredità «edilizia», di strutture, impianti, arene, turismo e affari. Come è successo con Expo, i Giochi contribuiranno a cambiare Milano più velocemente di quanto sarebbe avvenuto senza le olimpiadi perché nonostante le critiche, i ritardi, le contraddizioni, ne aumenteranno la coscienza e l’orgoglio, mostrati ieri al mondo, di essere una città che conta, che vale le grandi del globo.  Che per molti è un “vanto” ma per tanti altri una “vera” sciagura che altro o farà se non aumentare le contraddizioni di una città ormai sempre più divisiva, esclusiva e contrapposta dal punto di vista sociale.

Una trasformazione veloce che è un po’ la stessa cosa che era successa una decina di anni fa con l’esposizione Universale. Di quell’evento inizialmente contestato, osteggiato e forse non completamente compreso non sono rimasti solo i poli tecnologici: lo Human Technopole, i nuovi quartieri. È rimasta la consapevolezza di far parte di una metropoli che stava cambiando passo, che si metteva alla pari delle grandi capitali del mondo. Certo, Expo era più capillare, più coinvolgente: dai quartieri alle scuole, dalle associazioni al volontariato. I Giochi ci hanno messo un po’ a scaldare i cuori. Ma l’onda lunga sarà più o meno la stessa. A patto di saperla cavalcare.