E questo un ciclismo che dà ragione ai sognatori, ai romantici e a chi questo sport ce l’ha nel cuore e nell’anima.  Tadej Pogacar è il Re delle strade Bianche,  firma un  poker  e scrive un’altra pagina delle sua storia che ormai si fatica a trovare gli aggettivi per raccontare. Va così’, come si pensava, come ci si aspettava, come sempre e come al solito cioè con un’ottantina di chilometri di fuga che  come dice il campione del mondo al traguardo: “più o meno avevamo pianificato…”.

Dettagli. Pogacar si alza sui pedali e va e dietro prova a tener botta solo Paul Seixas, il fenomeno francese che poi si stacca ma comunque arriva secondo e con cui il fuoriclasse sloveno sa benissimo che negli anni, ma anche nei giorni a venire dovrà fare i conti: “E un fenomeno, un mostro…” commenta ai microfoni della Rai. Il resto è il terzo posto di Isaac del Toro e poi tutti gli altri, quelli normali, quelli che fanno un’altra gara compreso Wout Van Aert che chiude decimo questa volta, per fortuna, senza sfortune..

E’ la quarta vittoria di Pogacar alle Strade Bianche che qui aveva debuttato da professionista nel 2019 nelle gare di un giorno arrivando trentesimo. Per un campione così è sempre la volta giusta, giustissima. Attesa, annunciata, non scontata perchè se ne va, stacca tutti, ma non dilaga, controlla, mantiene un distacco di sicurezza e fa tutta la fatica che serve, riassunta nella faccia provata davanti alle telecamere in piazza del Campo.

Alla fine vince perchè qui vincono solo i grandi e i grandissimi. Vince solo chi ha classe e  coraggio,  chi è capace di  riavvolgere il nastro e riportare il ciclismo indietro nel tempo, dove si arriva alla spicciolata, dove ci si deve sporcare le mani e non solo le mani  perchè la polvere arriva ovunque, dove le squadre si sbriciolano e le tattiche servono a poco o forse nulla. Succede solo qui,  solo nelle terre che L’Eroica, con la maiuscola, ha conservato riconsegnandole alla storia e a uno sport che forse negli ultimi anni è andato troppo veloce e nel cammino ha perso  un po’ della sua origine. Troppa fretta, troppa tecnologia, troppe gare, troppi interessi, troppe moto, troppo di tutto a confondere mito e leggenda con tappe inutili e ordini di arrivi non sempre all’altezza.

Serviva una sfida che portasse a riscoprire l’anima e la meccanica, ad alzarsi sui pedali per saltare via brecciole, buche e cunette che ti si parano davanti su salite che non ti aspetti. Con le ruote che slittano, s’impolverano, si fermano sugli strappi più duri, con le incognite di un guasto o di una foratura che sfuggono a tattiche e algoritmi. Dove si cade e ci si rialza. Serviva ed eccola qui la sesta monumento, la sfida che vale un Fiandre, una Roubaix, che vale e basta :  Le Tolfe, Pieve di Santa Santamaria, Castelnuovo della Berardenga, Colle Pinzuto, la Strada del castagno, Monte Sante Marie tra sterrati, settori e una Toscana che lascia senza fiato per eleganza e bellezza.

E finisce sempre come deve finire. Vince il migliore. Vince Tadej Pogacar che cala un poker che gli permette di mettersi alle spalle un altro grande come Fabian Cancellara e fa capire a tutti che anche quest’anno suonerà lo stesso spartito dove cercherà di inserire le note che finora gli mancano a cominciare dalla prossima Sanremo, il sogno impossibile.