Vai su Google, digiti il suo nome e alla voce Sabrina Peron la prima risposta è: “Avvocato di grande esperienza, assiste clienti, italiani e stranieri, nei settori del diritto dell’informazione, in particolare dell’informazione economica e finanziaria, del diritto d’autore, diritto sportivo e tutela diritti della personalità: reputazione, privacy, oblio, immagine e identità personale…E’ conosciuta e apprezzata anche per le numerose pubblicazioni in riviste giuridiche e la sua partecipazione ai convegni…”.

Poi però fai scorrere il mouse e ti rendi conto che sotto la toga  c’è un’anima sportiva audace e coraggiosa, un’anima da nuotatrice libera che ama mari e oceani, che non si lascia impressionare dalle onde, che non sa cosa sia il freddo, la notte in mare, il buio dei fondali e il silenzio dei grandi spazi.  Sabrina Peron, 60 anni avvocato di Bassano del Grappa ma milanese di adozione,  ha ormai un curriculum sportivo che vale quello professionale con una serie di imprese che l’hanno portata ad attraversare stretti, mari e fiumi quasi sempre nelle stagioni più ostili dove l’acqua, come si usa dire, proprio un «brodo» non è.

Le acque libere sono la sua «fissa». Nove anni fa infatti è stata la prima donna italiana ad attraversare lo stretto di Catalina, 33 chilometri che separano l’isola da Los Angeles. Prima era toccato a quello di Gibilterra, a quello Messina ed alla traversata del Bosforo. Otto anni fa con l’atleta paralimpico vicentino Enrico Giacomin, ha coperto a nuoto quasi 23 chilometri dall’isola di Vulcano a Milazzo e, all’inizio dell’estate, i 53 chilometri sul Po che portano da Cremona a Casalmaggiore. Sei anni fa infine è stata la prima italiana a passare a nuoto sotto i venti ponti di Manhattan, nella Island Marathon Swim e cinque anni fa, sempre prima italiana a farlo, ha attraversato il canale della Manica. E’ l’unica nuotatrice ad aver inanellato le «Tre Corone», «Triple crown», una sorta di challenge dell’impossibile di open water: il giro dell’isola di Manhattan, la Catalina-California e ora la Manica per un totale di 150 chilometri.  Nell’ottobre di due anni fa ha nuotato dall’Irlanda del Nord alla Scozia, da Donaghadee a Portpatrick, attraversando per 37 chilometri, metro più metro meno sballottata dalle onde, il Canale del Nord, quel braccio dell’Oceano Atlantico nord-orientale che separa le due coste.

Nel suo intenso girovagare acquatico  pochi giorni fa è approdata in Sudafrica e ha portato a termine la traversata da Robben Island a Bloubergstrand,  la madre di tutte le traversate per gli appassionati del nuoto in acque libere. Sette chilometri e mezzo partendo dalle rocce dell’ isola dove fu tenuto prigioniero per circa 18 anni di Nelson Mandela durante l’apartheid,  tra le acque gelide e le correnti dell’Atlantico che rendono questa impresa difficile e allo stesso tempo ambita. Tanto per capire: le temperature dell’acqua oscillano tra i 10 e i 16 gradi a seconda del periodo e delle correnti che possono essere molto forti e dal data database dell’associazione ad oggi circa solo  3mila nuotatori (con muta e senza muta) sono riusciti a completarla che  sono meno della metà di chi è salito sull’’Everest

Nessun italiano c’era mai riuscito. Nessuno fino a pochi giorni fa quando a completare la traversata, senza muta ma solo con costume e occhialini è arrivata la Peron: “Per primi 300metri ho nuotato tra le liane delle Kelp Giant un specie di alghe giganti della stessa famiglia dei sargassi e per venirne fuori ad ogni bracciata ne prendevo una e tiravo  come quando tiriamo la corsia in piscina- racconta- Fuori da quel tappeto di alghe ho trovato un mare molto mosso con onde contrarie che rendevano impossibile nuotare bene anche perchè la temperatura dell’acqua man mano continuava a scendere…”. Acque fredde che  si era allenata ad affrontare nuotando per tutto l’inverno all’Idroscalo, nel lago di Monate e a volte al mare in Liguria e con rifornimenti caldi ogni mezz’ora dalla barca di appoggio. “A circa metà percorso il mare si è calmato ma è iniziata una corrente contraria che si è fatta via via più forte- continua-  Nell’ultimo chilometro e mezzo  è diventata ancora più violenta e  ho dovuto  faticare al massimo per non essere trascinata fuori rotta e entrare a Big Bay facendo anche i conti con diverse foche e delfini che mi nuotavano accanto e con una balena che mi ha attraversato la rotta un centinaio di metri più avanti. Poi dentro la baia l’acqua era più calda, il mare calmo con quelle belle onde lunghe che tanto amano i surfisti che infatti erano tantissimi.  Sono arrivata alla fine in 3 ore e 56minuti…”.  Fine. Fine di un’avventura realizzata con la tenacia e la passione di sempre e con l’aiuto del Gonzaga Sport Club di Milano che ha sponsorizzato la spedizione sudafricana e ha messo a disposizione della Peron la sua struttura milanese per la preparazione e gli allenamenti.

Fine di un’altra impresa che, c’è da scommetterci, non sarà l’ultima alla ricerca di un orizzonte di gloria che trova però  sempre un argine nella saggezza delle origini. “Sì, ma de noar en Brenta fino a Valstagna ti si gnanca bona…” le diceva qualche anno fa suo padre al ritorno della traversata della Manica riportandola con i piedi per terra..Perchè gli eroi sono  coloro che sanno riconoscere il proprio limite, che non se la tirano e che conoscono storia e mitologia:  la ubris, il peccato di presunzione, per gli Dei è l’offesa peggiore. E un avvocato sa sempre da che parte stare anche quando va per mare…