Uno, uno, uno, uno e ancora uno. Pogacar vince un Fiandre antico
Uno, uno, uno, uno e ancora uno. Arrivano tutti alla spicciolata in questa Ronde van Vlanderen antica, anzi no modernissima, che racconta meglio di tante chiacchiere cosa sia il ciclismo oggi, quanto sia spettacolare e appassionante e come sia capace di onorare i grandi appuntamenti tenendo fede a tutte le attese. Vince uno sfinito Tadej Pogacar in quasi sei ore e mezzo di fantastica fatica inseguito a distanza da un altrettanto sfinito Mathieu van der Poel e, sempre a distanza, da Remco Evenepoel che al debutto porta a termine una gara a “bagno maria” tra i due che ha davanti che prova a raggiungere, che ad un certo punto quasi riesce a prendere e che alla fine lascia andare e Wout van Aert e Mads Pedersen che lo inseguono e alla fine arrivato quarto e quinto.
Uno, uno, uno, uno e ancora uno con la convinzione che potrebbe essere così anche domenica prossima sulle pietre della Roubaix nella speranza ( la nostra) che un altro uno si possa aggiungere e sia quello di Filippo Ganna che oggi qui ha scelto di non esserci.
Uno, uno, uno, uno e ancora uno. Perchè la Ronde nora la sua storia di corsa fuori dalle regole e dagli schemi , sfida da corridori soli dove tattiche e scie contano il giusto: cioè quasi nulla. Alla vigilia erano 5 quelli che potevano giocarsela: nell’ordine Pogacar, Van der Poel, Evenepoel, Van Aert e Pedersen. E così sono arrivati, così è giusto che arrivassero perchè da queste parti, anche se si corre il giorno di Pasqua, le sorprese non sono la regola. Sempre e solo Tadej Pogacar. Lo sloveno conquista il terzo Giro delle Fiandre della sua carriera, il secondo consecutivo. Decisivi due scatti sull’Oude Kwaremont: nel primo, a 60 km dal traguardo, screma il gruppo dei migliori nel secondo invece, a venti chilometri dall’arrivo, si libera dell’ultimo rivale, van der Poel per poi andare a raccogliere la giusta gloria sul traguardo di Oudeenaarde.
Uno, uno, uno, uno e ancora uno a faticare da soli, a pensare da soli, a sperare da soli, a voltarsi come non mai per controllare i distacchi, a cercare un riparo da un vento assurdo, a prendersi gli applausi di un popolo di oltre 500 mila appassionati che li ha ammirati e se li è goduti ad uno ad uno, in primo piano. Perchè questa è una corsa dove ognuno fa per sè, dove ognuno fa i conti con la sua fatica e con il suo cuore. Che racconta in modo formidabile il ciclismo di questi anni. Un ciclismo straordinariamente moderno perchè, grazie al talento e alla classe dei suoi protagonisti, è tornato magicamente all’antico. “Oggi ha vinto chi aveva più gambe…” ha detto Van Aert al traguardo.
Che è poi la grande verità di questo sport dove vince chi arriva primo e in genere è il più forte. Senza discussioni, senza revisioni, senza Var, senza proteste e senza simulazioni. Uno sport dove alla fine ci si abbraccia. Dove Pogacar si accascia sfinito sulla bici e poi aspetta. Aspetta Van der Poel che viene a rendergli l’onore delle armi, aspetta Pedersen che fa la stessa cosa e aspetta Van Aert che lo abbraccia, sta pe andarsene ma vien trattenuto dallo sloveno per una mano: “Sei un grande, stai tornando…”. Non capita spesso e non capita altrove. Diciamo che, riprendendo le polemiche di questi giorni, non capita nel calcio poco abituato a tutto ciò. E allora peccato che la Rai non abbia trasmesso il Fiandre perchè non aveva i diritti. In compenso ha già annunciato che queste estate potremo tutti goderci i mondiali anche senza l’Italia. Giusto così: quello è uno sport da professionisti. Vuoi mettere?
