Il mondiale (non visto) delle cose mai viste. Della vergogna Rai si è detto: interrompe la diretta del campionato del mondo di cilismo di Montreal a 38 chilometri dall’arrivo e ci toglie il meglio. Punto. Questione chiusa. Neanche a pensare che sarebbe potuto succedere con il calcio, tanto per fare un esempio. Ma siamo questo Paese qui  dove tutto si può sacrificare ma non un partita di serie C seguita da qualce migliaio di tifosi che fanno un baffo agli oltre due milioni e mezzo che ieri sera erano davanti alla tv per vedere come sarebbe andata a finire tra Van der Poel, Ciccone, del Toro e Mc Nulty .

Però stato uno dei mondiali di ciclismo più belli  di sempre. Come solo sanno essere i mondiali, imprevedibili, spettacolari, spietati a volte ingiusti. E basta chiedere a Franco Bitossi che ancora probabilmente si sogna Marino Basso che lo brucia di un sospiro sul traguardo di Gap in Francia quando tutto sembrava già scritto.  Vanno così i mondiali: come non te li aspetti, come te li sogni quando vuoi che lo sport ti regali storie che nella realtà quasi mai accadono, come in quei film dove vincono sempre i buoni, dove gli ultimi si riscattano, dove il finale non è scontato. Brandon Mc Nulty che sconquassa logiche e gerarchie non se lo aspettava nessuno a braccia alzate sul traguardo di Montreal, neppure i bookmaker che lo davano a 55 di quota.

La sua era una missione impossibile resa possibile da un tracciato durissimo che ha consumato il cuore e soprattutto le gambe di tutti i favoriti: da Wout Van Aert a Remco Evenepoel, da Paul Seixas a Mathieu van Der Poel a Tom Pidckoc a Mads Pedersen al nostro Giulio Ciccone a Primoz Roglic. Se le sono date di santa ragione fino a sfinirsi, fino all’ultima goccia di sudore senza risparmiarsi, senza pensarci troppo forse  per non avere rimpianti. Magia del mondiale e magia di una corsa ruvida e brutale, giro dopo giro, senza far di conto, senza troppi calcoli, senza le radioline che suggeriscono molto, forse troppo.

Già, non c’erano le radio. A un centinaio di chilometri dalla fine dal box della nazionale azzurra si alza una lavagnetta su cui con il gesso c’è scritto: “Sesto giro, fare attenzione: seguire…”. Valli a capire i direttori sportivi: esperti, audaci, saggi e un po’ stregoni. Già sapevano che quello sarebbe stato l’inizio della baraonda, della bagarre come si dice in questi casi. Scatti,  controscatti, fughe , distacchi e ritardi. In gruppo cercando di immaginare ma senza in realtà sapere, informazioni a metà, compagni da cercare, da proteggere, da aspettare. E allora ecco che il ciclismo torna indietro nel tempo, torna all’antico, si inventa qualcosa come fa il Belgio che tattiche e distacchi li scrive con dei bigliettini sulle borarcce che dà ai suoi ai ristori. Il resto è quasi tutto improvvisazione. E’ la capacità di invenatsi qualcosa con il cuore, la testa e soprattutto con cioò che resta dei muscoli che piano piano vanno in riserva.

Mc Nulty si ritrova là davanti da solo e in cuor suo sa che prima o poi lo andranno a prendere. Come gli è quasi sempre capitato. Però anche se li sente, anche se vede che il suo compagno della Uae Isaac del Toro e lì quasi ad un respiro non si ferma. Non accade. Non si sa come ma non accade in un meraviglioso susseguirsi di tentativi più o meno disperati per chiudere, agganciarsi, provare a riscrivere un finale che non si poteva immaginare. Finisce in gloria, con le note  di The star splamged, con le lacrime, gli abbracci, la gioia di questo giovane yankee dalla faccia antica che arriva da Phoenix, in Arizona. E allora, a chi ha qualche anno, torna alla mente il rude maggiore Foley quando in Ufficiale e Gentiluomo passava in rassegna le reclute arrivate in caserma per arruolarsi come piloti della Marina: “Da dove vieni ragazzo? Da dove? Tucson Arizona? Solo due cose vengono dall’Arizona… I tori e le checche…”. Altri mondi, altre storie, un’altra epoca: oggi dall’Arizona arrivano i campioni del mondo di ciclismo