Mai banale.  Nel ciclismo chi ha coraggio a volte perde ma ogni tanto vince come vincono i campioni.  Alberto Bettiol  vince in solitaria la 13maa tappa del Giro d’Italia, la Alessandria-Verbania di 189 km e per  il toscano dell’Astana è la nona vittoria in carriera, la seconda al Giro. Mai banale perchè Bettiol corre per vincere rischiando di perdere, senza paura di far brutte figure,  mettendo in conto le delusioni. Corre per non avere rimpianti.

Oggi come al Giro delle Fiandre, come quattro anni fa a Stradella, con uno scatto da fuoriclasse a una decina di chilometri dal traguardo su una salita che non è il suo mondo ma che conosceva, che aveva fatto e rifatto in allenamento visto che da un paio di anni da queste parti è di casa. Uno scatto che ha lasciato su posto Andreas Leknessund e l’ha portato dritto dritto tra le braccia della sua fidanzata che lo aspettava al traguardo. “Verbania è la mia seconda casa e vincere qui è  un ricordo che porterò con me per sempre- spiega- C’era tutta la mia famiglia, mio fratello, i miei genitori, e anche quella della mia compagna. Lei è di qui e questa ormai è la mia seconda casa. La cosa più difficile era entrare nella fuga , ce l’ho fatta e poi è andato tutto meglio del previsto. Del finale conoscevo ogni curva, ogni chilometro, specie della salita. Sapevo che l’ultimo tratto andava affrontato a tutta. Vinco poco. Però ho vinto la gara più bella del mondo che è il Giro delle Fiandre, ho vinto la gara più antica del mondo che è la Milano-Torino e ora ho due tappe nella corsa a tappe più bella del mondo, il Giro d’Italia. Ho dovuto attendere due anni per gioire e devo ringraziare Alexander Vinokourov che ha sempre creduto in me. I miei compagni di squadra hanno fatto un lavoro eccellente fin dall’inizio del Giro e sono contento di far parte di questo gruppo”.

E’ l’ultimo dei corridori romantici.  Oggi i giovani  sono più robotici e scientifici e le emozioni sfuggono. «Il coraggio  se uno non ce l’ha non se lo può dare…», scriveva Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi a proposito di Don Abbondio che si rifiutava di celebrare le nozze tra Renzo e Lucia.  Alberto Bettiol di coraggio ne ha da vendere e a Manzoni sarebbe piaciuto parecchio immaginandolo magari nei panni di Fra Cristoforo, l’unico a non aver timore di affrontare il malvagio Don Rodrigo. Nel ciclismo chi ha coraggio a volte perde ma ogni tanto vince come vincono i campioni, come si vinceva un tempo, come si sta ricominciando a vincere in questo ciclismo moderno che sa di antico. Va così. Anzi spesso non va e allora pazienza. Poi però succede come oggi di scrivere un’altra bella pagina di ciclismo che non è solo una vittoria, non è uno dei tanti sprint, una fuga come le altre. Basta guardarlo Bettiol per capire che il suo ciclismo  racconta altre storie. Basta immaginare. Basta ricordare. E allora la mente torna non a una sua vittoria ma a una sua sconfitta, tre anni fa in una fredda e piovosa domenica di  Glasgow, con quello scatto a una 50ina di chilometri dall’arrivo senza speranza sullo strappo di Montrose street durante il mondiale. Contro ogni logica, contro il buonsenso, contro tutti quelli che non potevano capire.  Più di qualcuno disse allora che non aveva senso, che era pazzo, che era l’azione disperata di uno che sapeva che non poteva vincere e che lo aveva fatto solo per mettersi un po’ in mostra.  Banalità. E bastato lasciar passare il tempo per rendergli onore.  Andare in fuga è un atto di coraggio. Va in fuga chi non ha paura di perdere, chi non vuole avere rimpianti, chi non ha paura della solitudine. Sembra un mondo alla rovescia e invece è un mondo di magie. Quelle di Bettiol, ultimo dei romantici…