Attenti a quei due anche se non vincono. Ma è il bello del ciclismo. Perchè il ciclismo è un altro  sport dove conta sì chi vince ma non è sempre detto. Prendi la prima edizione della In Flanders Fields, che poi è la Gand-Wevelgem e che d’ora in poi si chiamerà così,  una corsa feroce come solo le corse nelle Fiandre in Belgio sanno essere, tosta e incerta fino all’ultimo metro. Il bello del ciclismo è che l’ha vinta Jasper Philipsen, non un carneade qualunque, ma che pochi, quasi nessuno, parla di lui, della sua volata o di  Tobias Lund Andresen che gli è arrivato dietro o di  Christophe Laporte che ha completato il podio.

Il racconto della  Flanders Field che si è corsa ieri gira tutto intorno a Wout Van Aert e a Mathieu van der Poel. Che non hanno vinto, non hanno fatto la volata e non si sono neppure piazzati nei dieci. Ma si parla solo di loro due  perchè ieri sono tornati ufficialmente a sfidarsi, ad incrociare le ruote in una fuga partita con altri a una cinquantina di chilometri dal traguardo e poi, com’è giusto che fosse, sulle pietre de Kemmelberg,  uno strappo tremedo al 178 per cento,  è diventata un fatto tra loro due. Si sono ritrovati soli al comando a guardarsi negli occhi come una volta, come un tempo, come tutti i tifosi di ciclismo sognano e non vedevano l’ora di rivedere.

Da stropicciarsi gli occhi, non sembrava vero. Non era una sfida di ciclocross. Meglio, molto meglio. Era l’eterno duello  tra due campioni assoluti, due “eroi” così simili e così diversi che da quando sono ragazzini regolano i loro conti in bici. E non poteva che rinnovarsi tra muri e pietre, tra stradine e stradoni di una terra dove il ciclismo è quasi una religione, dove ci sono strappi dai nomi impronunciabili dove le bici imbizzarriscono, i muscoli pure, dove si va su come  ubriachi,  dove piuttosto che mettere un piede a terra uno se lo fa tagliare. E non potevano tornare a duellare da nessuna altra parte se non qui dove il  pavè del Paterberg, la chiesetta del Kappelmuur che in tanti si segnano quando passano,  le pietre grezze del Koppenberg, l’infinità del  Kwaremont dove la fatica è una smorfia che sfigura le facce,  sono una storia che non finisce mai.

E dove se no?  Qui sono cresciuti sfidandosi, battendosi, vincendo e perdendo quasi sempre a turno. Qui sono diventati grandi, qui hanno scritto buona parte delle loro carriere. Poi negli ultimi anni il belga, tra sfortune, cadute, infortuni  sembrava un po’ aver abdicato ai suoi sogni di gloria lasciando che a regnare, con piglio da tiranno, fosse solo l’imperatore olandese. Chi ama questo sport si era quasi messo il cuore in pace: quei duelli erano ormai storia, ricordo, malinconia di un ciclismo che come tutti gli sport non vive di passato ma ha un presente e un futuro che mai scende a patti con l’età  il tempo che passano.

Ma oggi all’improvviso eccoli di nuovo insieme: come sempre rivali, non amici, come sempre rispettosi della loro classe, della loro grandezza. Così sono i campioni. E il bello del ciclismo è vederli pedalare, parlarsi, vederli decidere di andare a giocarsi una volata che forse non avrebbe avuto storia. Per un momento è sembrato possibile riavvolgere il nastro e fermare il tempo. Per una ventina di meravigliosi chilometri c’è stata una magia che li ha portati la davanti, soli a giocarsela e credo che tutti, ma proprio tutti, abbiamo fatto il tifo per loro, perchè arrivassero, vincessero o perdessero e poco o nulla sarebbe cambiato. Poi però a un chilometro dal traguardo a interrompere l’incantentesimo è arrivato il gruppo. E’ finita come è finita. Ma nello spettacolo infinito che il ciclismo a volte sa regalare i sogni non muoiono all’alba. NOn sempre, per fortuna. E allota “Attenti a quei due” magari a Oudenaarde, magari a Roubaix…