“L’età è uno stato mentale e io mi sento relativamente giovane nel ciclismo perché ho cominciato un po’ più tardi di altri…”.  Così diceva qualche anno fa Chris Froome alla vigilia di uno tanti suoi rientri, dopo uno dei tanti suoi incidenti. Sembrava poter essere sportivamente eterno questo keniano-inglese non da tutti amato. E allora ogni volta dava “distrattamente” un’occhiata alla sua carta di identità e passava oltre perchè  pareva ci fosse ( per lui) sempre  un tempo per ricominciare. Quasi sempre.

Ma il tempo passa inesorabilmente anche per chi crede di aver trovato il modo di fermarlo, anche per i campioni, anche per chi ha lasciato un segno e ha scritto la storia. Froome si ritira anche se in realtà si era ritirato già da tempo. Ma ora arriva l’annuncio ufficiale: il corridore più vincente nelle corse a tappe nei primi dieci anni di questo secolo, appende la bici al chiodo. Dice basta a 41anni dopo aver vinto quattro Tour de France, due Vuelta a España, un Giro d’Italia  tutti con la maglia del team Sky. “Purtroppo l’anno scorso c’è stata quella caduta alla fine di agosto e non era proprio il modo in cui volevo concludere- racconta a France Presse alla vigilia della partenza del Tour dove è presente come ambasciatore Skoda-  Ma, in quel momento, non avevo alcun dubbio che fosse finita…”.

Fine. In pratica fine dopo uno schianto terribile vicino a Saint Raphael sulle strade francesi della Costa Azzurra, travolto da un auto mentre si allenava e trasportato in elicottero all’ospedale di Tolone dove era stato operato per pneumotorace, cinque costole rotte e una frattura alle vertebre lombari e dove si era temuto per la sua vita. Di fatto la  sua avventura in gruppo è finita lì.

Impossibile ripartire questa volta. Anche se forse lui per un attimo ci ha pensato. Così come aveva fatto nel 2019 al Giro del Delfinato, quando cadde durante il sopralluogo di una tappa riportando fratture ovunque: al femore destro, all’anca, al gomito destro, allo sterno, a una vertebra e a diverse costole.  Ma allora andò diversamente: tra millle difficoltà, mille sacrifici, mille timori aveva trovato il modo e le motivazioni per rimettersi in sella: «La cosa più semplice sarebbe stato fermarsi – disse allora in una intervista alla televisione inglese-  ma non volevo finire la mia carriera per una caduta. Così quando ho saputo che avrei potuto recuperare completamente ho deciso che ci avrei provato…”.  Ed era tornato ma senza i risultati che forse lui pure si aspettava.

Da anni Chris Froome, non era più quel Chris Froome che frullava, che partiva e faceva il vuoto dietro sè. Aveva lasciato il posto a un ex campione che non voleva mollare, che ancora ci credeva ma che mestamente arrancava in retrovia. L’ultimo sussulto quattro anni fa al Tour nella tappa dell’Alpe d’Huez. A 13 chilometri dalla cima dell’Alpe  Froome era ripparso.  Con altri due compagni di fuga era bello ritrovarlo lì . Lo stesso stilesempre un bel po’ sgraziato con la testa a ciondolare e a dare (tanti) di spalle. Anche lo sguardo era lo stesso,  basso sulla ruota davanti ma in realtà fisso sui watt del ciclocomputer che una volta erano legge per tutti.  Ma ormai non più.  E infatti quando gli altri avevano aperto un po’ il gas lui era rimasto lì, solo a combattere, a difendere un terzo posto che però era un lampo lampo, una luce,  i tempi supplementari di una grande partita che il keniano inglese si ostinava a non far finire. Con la testa e con il cuore, con i suoi figli che gli facevano il tifo a bordo strada, con un ritorno al Tour che  sembrava fantascienza. E forse lo era.

Una storia che non ha voluto far finire. A cui si è aggrappato con la “tigna” di chi non si arrende come aveva fatto tanti anni fa sempre al Tour quando, sul Mont Ventoux, gli si ruppe la bici e continuò di corsa.  Mai mollare. In questi anni ha continuato a pedalare, per molti si è “trascinato”  più per calcolo economico che per patetica testardaggine,  non più capitano,  ma gregario, chioccia,  comunque in retroguardia, a mischiarsi nell’anonimato di un gruppo che una volta non gli stava dietro.  Che per uno che  anni fa  era stato convocato a corte da Sua altezza la regina Elisabetta che gli aveva conferito per  meriti ciclistici l’onorificenza dell’Ordine dell’Impero Britannico non è un bel pedalare. Ma il keniano è sempre stato  alla ricerca di qualcosa.  Non un Tour, non un Giro, forse neppure una vittoria. Forse in questa ultima fase della sua vita ciclistica è andato cercando se stesso e forse un po’ della sua grandezza perduta  come un’araba Fenice che rinascesse dalle sue ceneri. Ma c’è un tempo per tutti e per ogni cosa. E quando il tempo finisce non perdona.