Si sa, i figli «sò piezz e core…» e allora come si fa a non comprenderne la disperazione… Stanno crescendo senza aver mai visto l’Italia al Mondiale. E vabbè, pazienza viene da dire. La sensazione è che sopravviveranno, che riusciranno a venirne a capo, che se ne faranno una ragione e cresceranno senza eccessivi tormenti. E cresceranno bene, forse meglio. Anche perché siamo così sicuri che tutti ’sti ragazzini (non tutti per carità) siano poi così innamorati della nazionale o , invece,  gli appassionati veri siano in realtà i loro papà  che sognano di rivivere un «mundial» o la vittoria di Berlino?  Siamo così sicuri che i loro eroi  siano Donnarumma e compagni che, non solo perdono, ma si rendono anche  protagonisti in mondovisione e con la fascia di capitano al braccio di indegne sceneggiate insultando i tifosi avversari?  E non ci viene il dubbio che Sinner, la Brignone, la Battocletti o Kimi Antonelli, tanto per fare qualche esempio, qualche emozione e qualche valore in più magari glielo trasmettono? Siamo così sicuri oggi tra i ragazzi non stiano diventando più popolari tanti sport da “dilettanti” che non il calcio dei “professionisti”?

Sono passati gli anni ed è cambiato il calcio. Ma sono cambiati soprattutto gli adolescenti, generazione digitale e «globalizzata» che ha tempi di reazione più frenetici, che fatica a vedersi una partita per intero ma se la sbriga più volentieri con gli high lights, che più che di 3-5-2, o 4-3-3 si appassiona ai gol e che i campioni non li colleziona con gli album delle figurine ma li segue sui profili social «scrollando» sul telefonino. Una volta andare a Londra a Monaco a Madrid per molti ragazzi era quasi il viaggio di una vita, oggi è la routine di una gita di giornata con un volo low cost che (detto per inciso) costa la metà di un treno per Roma.

Che c’entra l’amore per la nazionale con tutto questo? C’entra, c’entra perché ognuno vive solo e sempre i propri di tempi. Una volta la partita degli azzurri, che spesso giocavano il sabato, era la «festa pagana» di un Paese intero preceduta da una settimana di attesa che passava dai banchi di scuola, agli uffici, ai bar, alle tv (Raiuno e Raidue, non ce n’erano altre). Oggi la pausa azzurra è più una «seccatura» per molti giocatori che infatti «disertano», per i tifosi orfani del campionato, per i club che, fatti due conti, preferiscono giocarsi un match a Perth o una supercoppa in Arabia. E i ragazzini? I ragazzini sono come le spugne, assorbono tutto ma un po’ anche cancellano. E l’azzurro pan piano scolorisce…