unnamed (14)Nel 1970 quando l’avventura cominciò al via c’erano 127 podisti, domenica mattina quando un colpo di cannone darà il via dal ponte di Verrazzano a partire saranno in 50mila. Lo scorso anno sul traguardo di Central Park il sindaco di New York Bill De Blasio ha premiato il milionesimo concorrente arrivato al traguardo. É il boom della corsa, il boom della maratona che per gli americani è la sfida possibile, l’alibi per poi sedersi sulla tavola di un fast food senza sensi di colpa, è la svolta salutista che Michelle Obama, quando arrivò alla Casa Bianca, chiese a Dean Kanarzes l’ultramaratoneta che Time ha inserito tra i 100 uomini più famosi d’America: «Siamo un popolo sovrappeso- gli disse- Devi farci correre…» E così ora corrono in tanti. E New York è la terra promessa, con i suoi pettorali che, nonostante costino anche 500 dollari, devono essere contingentati per dare una possibilità a tutti gli americani di cucirselo addosso almeno una volta nella vita. É l’America che conosciamo, che ti dà sempre una possibilità. E la maratona di New York è la vetrina perfetta. Con centinaia di Paesi collegati in mondovisione è la scena ideale per ogni tipo di impresa. Per ricordare, per celebrare, per denunciare, per sostenere una battaglia. Chi vuol far sapere qualcosa al mondo viene a correre a New York. Anche noi. Anche un «mostro sacro» della maratona mondiale come il professor Gabriele Rosa che qui ha vinto tante volte con i suoi atleti keniani con Martin Lel, con Paul Tergat fino allo scorso anno con Stanley Biwott e che ora fa correre i ragazzi di San Patrignano, fa correre i malati di sclerosi multipla, di diabete, ragazzi con sindrome di down. Nuove sfide, dove la corsa diventa qualcos’altro e qualcosa di più che un esercizio fisico, diventa benessere e terapia, diventa ragione di vita e forza per non mollare e andare avanti. New York è questo e altro. Perchè dal 1970 ad oggi da quel ponte fino a Central Park ne sono passate di vite e di storie. Tutte da raccontare. Tutte da continuare a raccontare…