E’ l’uomo che ha portato la bici in paradiso. Una bici da corsa perché la sua vita è quella storia lì: telai, pedivelle, gare e vittorie. Tante vittorie. All’inizio una piccola officina di 25 metri quadrati al numero 10 di via Garibaldi a Cambiago, alle porte di Milano. Oggi una fabbrica modello: produce più di 15 mila «gioielli» l’anno che girano il mondo e sono uno dei biglietti da visita del «made in Italy». Ernesto Colnago, 82 anni che sembrano 70, ti apre la porta del museo che sta al piano sopra il suo ufficio e quelli dei suoi ingeneri e la gigantografia in compagnia di San Giovanni Paolo II è la prima che ti fa vedere. Papa Woityla in sella a una Colnago, la sua. «Mi emoziono ancora adesso a raccontare quella mattina- ricorda- Era l’agosto del 1979 quando andai con mia moglie a trovarlo. Sapevo che era uno sportivo e che amava le biciclette da corsa quindi ne costruii una laminata in oro proprio per lui. Mi ricevette subito e quando gliela consegnai in piazza San Pietro mi ringraziò con la semplicità dei grandi. Mi spiegò che era abituato ad usarla perché, quando era a Cracovia, pedalava per 45 chilometri almeno due volte la settimana. «“Certo -mi disse poi- oggi non è che posso girare per Roma in bici da corsa. Forse sarebbe più semplice a Castel Gandolfo magari con un modello sportivo…». E se il Papa ti chiede una bici sportiva che fai? Te lo fai ripetere? Figurarsi un uomo che si è fatto da sé come Colnago. Uno abituato a lavorare fin da piccolo, quando per imparare il mestiere fu spedito dall’Antonio e dall’Elvira, i suoi genitori, nell’officina del «Dante Fumagalli» in cambio di due chili di farina alla settimana. Ha la dote di capire le cose al volo e così torna in «bottega» e nel giro di qualche giorno è di nuovo a Roma con una fiammante sportiva per il Pontefice. «In realtà – ricorda- era da corsa anche quella solo che gli avevamo montato un manubrio un po’ più comodo e gli avevamo scelto un colore beige che mi sembrava fosse più adatto con la sua veste». Una trentina di anni fa, sembra ieri. Così come sembrano di ieri le prime corse e le prime vittorie. La prima in bici da dilettante con in premio un lussuoso abito di «gabardin», la prima in macchina nel 1970 come meccanico con la bici in spalla pronta da dare a Michele Dancelli che taglia a braccia alzate il traguardo della Milano-Sanremo. «É tutto qui in questo museo- spiega Colnago- che è il riassunto della mia vita». Una vita veloce, fatta di intuizioni. E allora ti fermi a guardare la foto dell’ingegner Enzo Ferrari tra Colnago e Beppe Saronni e capisci che per lasciare un segno bisogna essere sempre un passo avanti. Come nel 1986 quando Colnago decide che per le sue bici è arrivato il momento di puntare sul carbonio, una lega leggera però resistente, che già fa la differenza nella Formula Uno. Nel ciclismo non ci ha ancora pensato nessuno, sarebbe una rivoluzione. E per farla serve un altro «rivoluzionario» come il Drake: «Quando lo incontrai nel suo studio a Maranello ero un po’ in soggezione- ricorda- Cercavo di non farmi sfuggire parole brianzolo ma a un certo punto fu Ferrari stesso che cominciò a parlare in dialetto milanese: «Ho lavorato 40 anni all’Alfa -mi disse- e questa era la lingua ufficiale…». Così gli spiegai cosa avevo in testa e cosa volevo fare e ci intendemmo al volo. «La bici in carbonio è una grande idea e la facciamo insieme», mi disse. E oggi il carbonio lo fanno tutti anche se le differenze ci sono. Basta guardarci dentro ai tubi, basta toccarli o farli rimbalzare per terra. E Colnago si fa serio. Nel suo ufficio tra targhe coppe e foto l’unica cosa che manca è il computer, «Perché sum minga bun…, lo lascio usare ai miei figli», e allora prende carta e penna e senza pensarci un secondo butta giù dei numeri su un foglietto: «Duecento, 450, 600, 750 e 1050. Sa cosa sono? Sono i chili delle prove di resistenza dei telai. Noi superiamo i mille che sono tanti, molti di più di quelli che richiedono le omologazioni europee…perché non si sa mai». Leggerezza e resistenza, una fissa quasi un incubo. Come nel 1995 quando le prime bici in carbonio di Colnago debuttano alla Parigi-Roubaix, l’inferno del Nord tra fango e pavè: «La sera prima della gara- ricorda Colnago- ricevo la telefonata di un preoccupatissimo Giorgio Squinzi, patron della Mapei e ora presidente di Confindustria : «Ernesto – mi dice- ma sei proprio sicuro che domani dobbiamo correre con le bici in carbonio? Qui dicono tutti che si rompono, che non arriviamo al traguardo. Passai una notte insonne. Tornai giù in officina a controllare e ricontrollare non so neanche cosa e restai tutto il pomeriggio incollato alla tv. Quando vidi Franco Ballerini uscire da una nuvola di polvere che andava solo verso il velodromo ero l’uomo più felice del mondo». Che poi diventò un’abitudine perché nella gara più epica del ciclismo Colnago e la Mapei vincono altre 4 volte e scrivono un pezzetto di leggenda.  Storia nella storia cominciata nel 1954 al fianco della prima squadra sponsorizzata del ciclismo, la «Crema Nivea», e fatta di intuizioni e di record con le sue biciclette usate oltre un centinaio di team professionistici, 8mila vittorie, il record dell’ora di Mercx nel 1972 a Città del Messico, campioni come Magni, Nencini, Motta, Saronni, Bugno, Freire, Museeuw, Rominger, Tonkov, Zabel e Petacchi. «Ogni bici ha una sua storia» dice Colnago. E anche un cuore che è poi la passione che fa diventare grande ogni impresa. «Lo vede il rinforzo del canotto di questo tubo? Dietro a questa sagoma ci sono anni di studi e di lavoro…». Ma non basta. Da come Colnago lo gira e lo rigira tra le mani quasi ad accarezzarlo capisci che l’uomo che ha spedito una bici in paradiso è rimasto il meccanico che ha cominciato a lavorare nell’officina di casa dove una volta c’era il gelso di famiglia. E questo è il suo segreto. La storia è passata di qui ma continua a pedalare in avanti.