“Perchè correte?”: per un “insano” senso del dovere…
Qualche giorno fa mentre con un caro amico correvo nella pausa di pranzo intorno al Parco Sempione di Milano, siamo stati fermati (con garbo) da una ragazza “armata” di telefonino e microfonino, quasi certamente una “influencer” come oggi capita spesso di incontrare: “Posso chiedervi perchè correte…?”. Domanda semplice all’apparenza che si sarebbe potuta liquidare in fretta. Perchè uno corre per star bene, per piacere, perchè ne ha voglia, per moda, per allenarsi, per consuetudine, per scommessa e chissà per quanti altri millle motivi ancora.
In realtà non è così. La risposta è parecchio più complessa. A volte si corre ( ma allo stesso modo si pedala, si nuota e si fa sport…) solo ed esclusivamente per senso del dovere. Un “insano” senso del dovere che cresce di pari passo con il “senso di colpa” con cui ogni atleta, campione o amatore che sia, si ritrova a fare i conti nei giorni in cui di allenarsi proprio non ha voglia. Non si ha voglia perchè magari piove, perche fa freddo, perche c’è anche vento. Non si ha voglia perchè è buio, perchè sarebbe più comodo prendersi una pausa o sedersi al tavolino di un bar per un aperitivo, perchè si potrà tranquillamente correre domani…E invece si va.
Perchè correre è soprattutto un esercizio spirituale. C’è un grande senso responsabilità in chi fa sport non per moda che porta a vincere la sfida con la parte più pigra e più saggia di se stessi, a battere l’ansia di uscire a fari spenti, ad imporsi sacrifici e rinunce che spesso sfiorano il masochismo…Con il passare degli anni, se uno non “molla”, la scelta si fa sempre sempre più convinta, prescinde dall’andare veloce, dall’essere competitivo, dai tempi, dalle classifiche…Diventa intima alla ricerca di un equlibrio che permette (anche) di relazionarsi con più serenità con un mondo che per motivi generazionali appare sempre più lontano e sfuggente.
Per Haruki Murakami, scrittore e maratoneta, tutto ciò altro non è se non una delle tante forme di arte. “Affronto i compiti che ho davanti e li porto a compimento ad uno ad uno, fino a esaurimento delle forze. Concentro l’attenzione su ogni singolo passo, ma al tempo stesso cerco di avere una visione globale e di guardare lontano. Come vengono giudicati il tempo che ottengo in gara e il mio posto in graduatoria, come venga considerato il mio stile, è di secondaria importanza. Ciò che conta per me, per il corridore che sono, è tagliare un traguardo dopo l’altro con le mie gambe. Usare tutte le forze che sono necessarie, sopportare tutto ciò che devo e alla fine essere contento di me. Imparare qualcosa di concreto- piccolo finchè si vuole ma concreto- dagli sbagli che faccio e dalla gioia che provo. E gara dopo gara, anno dopo anno, arrivare in un luogo che mi soddisfi. O almeno andarci vicino. Se mai ci sarà un epitaffio sulla mia tomba, e se posso sceglierlo io, vorrei che venissero scolpite queste parole: Murakami Haruki, s Se non altro fino alla fine non ha camminato. Perchè si dica quel che si vuole ma io sono un maratoneta…”. Ecco perchè si corre e si continua a correre…
