Anni fa prima che Alex Zanardi partisse per il suo Ironman a Kona nelle Hawaii tra le tante cose che aveva detto nella sala Montanelli del Corriere della Sera,  una aveva colpito più di altre: “Ora vedo le cose da un altro punto di vista…”. Un punto di vista privilegiato perchè ( e lui lo ripeteva sempre) le difficoltà quotidiane di Zanardi, le occasioni, le chanche non erano le stesse delle persone che vivono nelle sue  condizioni.  Ma tant’è.  Zanardi però è stato una iniezione di ottimismo incredibile per chiunque abbia avuto la fortuna di incrociarlo. Ti smuoveva l’anima. E così il suo punto di vista diventava l’angolazione perfetta per capire quanto la forza di volontà, la convinzione, la caparbietà potessero portarti dove neppure immagini.  Chiacchierare con lui era sempre un attimo “fuggente”. Cominciavi  ad ascoltarlo, ti rapiva e pochi secondi dopo eri lì in piedi sul banco di scuola a osservare la vita con gli occhi del tuo nuovo “prof”. E la prospettiva cambiava, cambiava la percezione di molti  movimenti che dai per scontati, cambiavano i dettagli.  Il suo era sempre un punto di vista  fatto di immagini, emozioni, racconti e ricordi personali, aneddoti .

Anche per l’Ironman. Zanardi, tra le tante, tantissime imprese sportive  che in queste ore vengono giustamente raccontate per spiegare qual è stata la grandezza di un campione trasversale, ha corso anche il campionato mondiale a Kona, alle Hawaii. Era un ottobre di 12 anni fa. In un Ironman ci sono sempre tante storie  da raccontare.  Figurarsi a Kona dove tutto è cominciato e dove tutto continua perchè è qui che il mito degli uomini d’acciaio si autoalimenta. Perchè è qui che molti arrivano a giocarsi la gara della vita: tanti cominciano, tanti finiscono una carriera e tanti ripartono dopo una sconfitta.  Alex Zanardi in quell’Ironman, dove gareggiava anche Daniel Fontana uno dei triatleti azzurri più forti di sempre,  ci era finito dentro all’improvviso perchè per  uno come lui la pazzia non era fare un Ironman praticamente da zero ma rinunciare.  Ci era arrivato a modo suo, come sempre apparentemente esagerando, in realtà studiando, ponderando calcolando perchè, da pilota di F1 qual è sempre rimasto, nulla lasciava al caso.  Fare l’Ironam che è la gara più dura. Fare l’Ironman a Kona, farlo comiciando a far triathlon prorio da lì «Che è un po’ come se uno decidesse di cominciare a gareggiare in auto salendo su una Ferrari nel gran Premio di Monza…» aveva detto.

Ma Zanardi che faceva il mondiale Ironman non era solo una sfida, era qualcosa di più. Lui lo sapeva e lo sapevano tutti,  tant’è che da evento importante, ma comunque per appassionati e addetti ai lavori, quell’anno Kona improvvisamente approdò sulle prime pagine dei quotidiani e nei titoli dei Tg. Era così Zanardi, aveva una capacità incredibile di tirarti dentro in tutto ciò che faceva e la sua vita,  che dopo quell’incidente in Formula Indy che gli aveva portato via le gambe aveva deciso di vivere tutta di un fiato,  per molti era fonte d’ispirazione e riscatto.   Fibra forte, più dell’acciaio.  Di uno che prendeva tutto di petto con  quella regola dei cinque secondi che era diventata un mantra, che ricordava sempre, che in realtà era un  regola di vita: «Cos’è? – spiegava a quei pochi a cui non l’aveva ancora raccontato-  Quando in una gara pensi di aver dato tutto, ma proprio tutto, devi tener duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più e mollano…».

Mai mollare, invece. Non come modo di dire, non come un meme buono per i social, ma con la tenacia di chi era stato capace di riprendersi la vita, con l’ironia di chi pur facendo cose straordinarie era semmre capace di non prendersi tropo sul serio, con il metodo e la professionalità  di chi ha senpre continuato a vivere la sua vita come se fosse al volante di un bolide di f1 dove nulla devi lasciare al caso.  Ma soprattutto Zanardi aveva imparato a fidarsi di se stesso. Senza presunzione. Cominciando o ripartendo sempre da zero. Senza patemi d’animo. Senza farne una ragione di vita e senza paure.  Gli guardavi le mani grandi da pilota quando sulle F1 non c’era elettronica e servosterzo e capivi perché ora i driver le hanno affusolate come i pianisti, lo guardavi negli occhi che sorridevano sempre e capivi perché dentro aveva il gusto della sfida. “Però Alex Zanardi da Castel Maggiore…”  è il titolo di un libro che racconta un bel pezzo della sua vita. Già però…