Le Marche in bici te le devi conquistare ( soprattutto Macerata)
In bici te le devi conquistare le Marche. Da Castelfidardo a Marcelli, da Numana a Porto Recanati a Osimo a Camerano è un bel su e giù. “Mangia e bevi” dicono i ciclisti che poi non è tanto un modo di dire perchè tra un bicchiere di Verdicchio, di Rosso Conero, una crescia col formaggio, le olive all’ascolana o un brodetto di pesce suona più come un invito a cena visto che da queste parti si mangia e si beve davvero benissimo. Si sale e si scende ma sembra sempre di salire perchè, quando ti fai sedurre dalla spiaggia di Portonovo o dal Santuario della Santa Casa di Loreto, la metti in conto un po’ ( un bel po’) di fatica. Bastano un paio di ore per capire che aria tira, in che pezzo meraviglioso di Italia sei, per mettersi a proprio agio in una terra che, tra Adriatico e Appennino, regala la magia che solo il centro del nostro Paese sa custodire.
Te le devi conquistare le Marche, soprattutto Macerata. Va sempre così, per tutte le cose belle. Se poi hai anche l’ardire di salirci in bici nel rovente primo pomeriggio di una di quelle estati che , a conti fatti, verrà ricordata come una delle più calde della storia, il prezzo è alto anche se vale la pena spendere e spendersi. Nulla è gratis e la salita funziona sempre come un bancomat.. La salità è una formidabile pratica zen perchè ti dà il tempo di riflettere. E allora pedali e pensi: ma chissà perchè Macerata l’hanno costruita lassù? Chissà perchè così in alto? Da un’oretta ti sei lasciato alle spalle Montelupone e i vari muri e muretti marchigiani che sanno tanto di Fiandre, senza pensare che la via verde, ombreggiata, il silenzio, i borghi, le colline che ti sei goduto e ti stai godendo non sono solo il gentile omaggio di una regione che sembra fatta apposta per pedalare ma anche la via più tosta per arrivare in Piazza della Libertà.
Un versante più “strong” di quello che sale dal mare che ha tornanti più morbidi e un asfalto più vellutato. Da questa parte invece si va dritto per dritto, su una strada di cartavetra che non fa sconti: o hai le gambe per prenderla di petto oppure scendi a compromessi e, per non mettere piede a terra, provi a zigzagare. Avanti adagio. Avanti pianissimo metro dopo metro per conquistare una delle piazze più belle, un salotto dove fermare la bici per una mezzoretta, ristorarsi e ripartire. Ma c’è ancora tempo, c’è ancora strada, ancora salita. Alla fine del muro diritto ed infinito che ti porta verso il centro la strada spiana: pensi di averla finalmente conquistata Macerata anche perchè c’è un bel cartello che ti rassicura e ti dice che ci sei, che ce l’hai fatta, che il tormento è finito. E invece no. Giri a destra, poi a sinistra, passi davanti ad una scuola di mattoni rossi, guardi davanti e capisci che il conto non è ancora chiuso.
Maledetti barbari! Maledetti perchè una quindicina di secoli fa Helvia Recina era bella e tranquilla a valle e se i Goti guidati da un tale chiamato Radagasio, condottiero tanto abile quanto feroce, non l’avessero saccheggiata e rasa al suolo sarebbe ancora lì comoda e accogliente. Così andò. Così scrive spesso la storia che è magistra vitae e pone rimedio agli errori tant’è che maceratesi, imparata la lezione, si rifugiarono sul colle fortificato e fondarono il borgo medievale che divenne libero comune il 29 agosto 1138. Da allora sono cambiate tante cose, ma la salita no. E stata asfaltata, riasfaltata, asfaltata di nuovo e ancora riasfaltata ma tale è rimasta. Però, contrariaramente a quanto la storia manzoniana in altre epoche e in altri luoghi ci raccontò con il matrimonio di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, “s’ha assolutamente da fare…”.
S’ha da fare perchè Macerata è un gioiello che ti aspetti ma comunque ti soprende. Per chi va in bici uno dei Gpm da non perdere con il suo Sferisterio, con Palazzo Ricci, Palazzo Buonaccorsi, il Museo della Tessitura…Piazza della Libertà fa storia a sè. Costruita tra il Duecento e il Cinquecento è il simbolo del potere politico della città con il Palazzo Comunale, la Loggia dei Mercanti e la celebre Torre Civica con l’orologio planetario che indica l’ora, le fasi lunari e il movimento dei pianeti e che inscena, tutti i giorni a mezzogiorno, il carosello dei Re Magi. Meraviglie assolute che diventano dettagli per chi è approdato fin quassù alle due del pomeriggio di un torrido sabato estivo sudato, assetato e affamato. Il tempo quando si è felici scorre veloce così come la serie imbarazzante di lattine di Coca Cola che quietano l’anima e soprattutto il corpo di noi ciclisti sull’orlo di una crisi di nervi ma soprattutto di fame, placata finalmente da quattro sostanziosi panini al prosciutto e altrettanti caffè.
Ripartire e sempre più complicato che partire. Non so se sia una frase detta da un poeta, un filosofo, qualcuno famoso ma poco cambia: dopo tanti chilometri, dopo tanto sudare e dopo aver maltrattato le gambe (e non solo quelle) è una sacra realtà. Però da Macerata si scende tra i vicoli di una città che ancora conserva qualche piccola ferita del terremoto e i glicini fioriti che ci accompagnano verso il mare. E’ una picchiata che riposa il corpo e la mente, che ti riconcilia con la bici, ti fa dimenticare la fatica e trasforma tutto in emozione. La discesa vola via e volano anche i pensieri: “mirando interminati spazi e sovrumani silenzi io nel pensier mi fingo ove per poco il cor non si spaura…”. Così scriveva Giacomo Leopardi nell’Infinito, quel capolavoro messo nero su bianco nella sua casa di Porto Recanati. Là, qualche anno fa, corsi un olimpico perfettamente organizzato dal Flipper Triathlon per l’Adriatic Series…E per quello mi ricordavo Recanati. Che poi uno prova a tirarsela ma è tutta una finta…






