E due. Era una settimana che Richard Carapaz provava a vincere la sua seconda tappa al Tour dopo il trionfo, due anni fa, sulla salita di Superdevoluy in Alta Provenza. E oggi ce l’ha fatta.  Un arrivo in solitaria, come quasi sempre gli capita, per chiudere a braccia alzate la 18ma frazione da  Voiron a Orcières Merlette con quasi un minuto davanti allo svizzero Mauro Schmid e allo statunitense Matteo Jorgenson.

Quando la strada sale Carapaz c’è. C’è sempre. Richard Carapaz è un uomo solo al comando, questo racconta a sua storia.  Dal Giro di Svizzera al Giro d’Italia all’ oro olimpico, alla prima maglia gialla indossata da un ecuadoriano al Tour ha scritto pagine che restano. Un racconto che si perde negli anni, che sembra la sceneggiatura di un film, che spiega la sua tenacia e la sua voglia di arrivare. Un’avventura che comincia tanti anni fa quando suo padre, in una discarica del municipio di El Carmelo nel Canton Tulcan, recupera una biciclettina abbastanza malandata. Però gliela rimette in sesto e gliela regala. Da lì è un attimo ritrovarsi a 15 anni a pedalare nella Carchense Panavial-Courage, squadra di dilettanti della Provincia del Carchi, fianco a fianco con speranze e campioni. Ed è un attimo anche cominciare a vincere  la Vuelta del Guatemala o il titolo Panamericano Under 23.

Si comincia sempre così.  Ma il tempo fila via veloce e sette anni fa, tutto vestito di rosa, Carapaz entra da vincitore nell’Arena di Verona. Il Giro numero 102 è suo.  Un trionfo quasi da  sconosciuto  che arriva dopo una vittoria alla  Vuelta a Navarra e un quarto posto nella Vuelta a Castillo y Leon . Poca cosa perchè  il Giro e il Giro soprattutto in Ecuador dove il ciclismo è lo sport più seguito, dove per seguire le sue tappe si chiudono uffici e negozi, dove se si escludono il tennista  Andres Gomez che nel ’90 a sorpresa vinse il Roland Garros battendo in finale Agassi e il marciatore Jefferson Perez medaglia d’oro (l’unica) nella marcia alle olimpiadi di Atlanta nel ’96, nessuno aveva mai vinto nulla.

Così la vicenda di Carapaz diventa il racconto nazionale, diventano feste, foto, riscatti e sogni che si avverano. Diventa  il podio al Tour  e  diventa soprattutto una medaglia d’oro ai giochi di Tokyo 2020 sulle pendici del monte Fuji che non sarà il Monte Olimpo ma ci assomiglia parecchio. Diventa una fiaba con il lieto fine se si pensa che solo qualche anno fa il campione della Education First non si poteva neppure allenare e si occupava del bestiame della sua famiglia nella fattoria di Carchi.  Due anni fa l’inizio della sua rinascita si colora di giallo con la prima maglia al Tour per un ciclista ecuadoriano e oggi il lampo che lo  porta a fare il bis alla Grande Boucle.  Quella di Carapaz è una storia fatta di fatica, di rispetto, di classe,  di occasioni perdute e occasioni colte al volo. E la  “parabola” di  un gregario talentuoso capace di uscire dall’ ombra e di  iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro del ciclismo. Una storia che prenderà altre strade, altre salite, altre fughe pensate, provate, fallite e riuscite. Una storia che continua.