“Boston is strong…”. Ecco perchè non è solo una maratona
La maratona di Boston va sempre al di là della cronaca. E’ un’altra storia, una storia a sè: quella di chi la corre, di chi la vince, dei campioni che passano e che restano, degli assenti e dei presenti, dei tanti italiani che si avventurano, ci provano e alla fine gioiscono. Perchè correre qui non è solo correre una maratona, non sono solo 42 chilometri e 195 metri. Boston è Boston, la più antica maratona del mondo, la vera maratona americana, quella che più conta. Più di New York, considerata commerciale, da “parvenu” della fatica, da turisti. Boston è Boston da sempre, da 130 anni sempre il terzo lunedì’ di aprile durante il Patriot’s day la festa che in Massachusetts celebra l’inizio della rivoluzione. Boston che si è sempre corsa, senza mai un’interruzione neanche durante guerre e terremoti. Boston è il fiore all’occhiello degli americani, il punto d’orgoglio, la loro storia sportiva, il simbolo che conservano. Boston è la maratona più dura del mondo con quella sua collina spaccacuore a dieci chilometri dall’arrivo; la più iconica con l’arrivo a Boylston Streete la sua finish line in vinile che viene incollata a terra ogni anno (sempre la stessa) e poi lascia posto ad una striscia bianca disegnata il giorno dopo che rimane lì per tutto l’anno. Boston è Boston con i tempi che contano ma che allo stesso tempo non contano perchè la IAAF, la Federazione Internazionale di Atletica Leggera, ha deciso di non omologarli a causa della pendenza eccessiva del percorso e della possibilità di vento forte.
Per questo la cronaca si esaurisce in fretta. Pochi giorni fa a tagliare il traguardo per primo è stato il keniano John Korir che già aveva vinto anche lo scorso anno e che ha chiuso la sua fatica in 2h1’52” firmando il nuovo record del percorso. Più o meno allo stesso mod è andata tra le donne con la sua connazionale Sharon Lokedi, anch’essa vincitrice nel 2025, che si è aggiudicata il titolo femminile in 2h18’51”. Korir, 29 anni, ha conquistato la sua terza vittoria in una grande maratona (dopo Chicago nel 2024 e Boston nel 2025) ed è arrivato al traguardo con quasi un minuto di vantaggio sul tanzaniano Alphonce Felix Simbu (2h02’47”) e quasi due minuti di vantaggio sul keniano Benson Kipruto (2h02’50”)
Tutto ciò che accade a Boston è sempre un po’ più storia che altrove. E’ la maratona più longeva del mondo, inserita tra le sei Abbott World Marathon Majors, Tokyo, Londra, Berlino, Chicago e New York City; sono decine di migliaia di atleti al via che arrivano qui da tutto il mondo, sono i sogni in un cassetto che magari si avverano quando meno te li aspetti. Ma Boston è anche una ferita che fa fatica a cicatrizzarsi nonostante gli anni, nonostante la voglia di guardare oltre, con la paura che però proprio in questi tempi fa fatica ad andarsene. Una ferita riaperta dopo le torri gemelle anche se poi si è capito che non era la stessa cosa con quelle bombe artigianali sul traguardo che ne 2013 uccisero tre persone, ferendone altre 260, diciassette delle quali rimasero mutilate. E che poi, nella caccia al responsabile Dzhokhar Tsarnaev,vide un agente ucciso e il fratello complice dell’attentatore Tamerlan Tsarnaev che a sua volta perse la vita durante uno scontro a fuoco con la polizia.
Boston per noi è la vittoria di Gelindo Bordin, il 16 aprile del 1990, dopo l’oro ai Giochi del 1988, che da queste parti scrisse un pezzo di storia che non cancellerà più nessuno: primo in 2:08’19” e primo campione olimpico a vincere anche a Boston. Mai più successo. Ma anche la storia di Danilo Goffi che ormai quasi una decina di anni fa , a 43 anni, qui regolò un conto in sospeso, primo italiano, primo master, secondo europeo e 15° assoluto col tempo di 2:18’44”.
Boston è la prima donna di sempre al traguardo di una maratona. Storia che va ad alimentare il mito di una sfida che ha cambiato la storia della corsa e forse non solo quella con Kathrine Switzer che aggirò il divieto che impediva alle donne di correre le lunghe gare perchè si temeva fossero dannose per la loro fertilità. Ma lei si vestì da uomo e la corse lo stesso anche se un paio di chilometri dal traguardo un fotografo si accorse dell’inganno e Jock Semple, l’organizzatore, cercò in tutti i modi di fermarla. Ma non ci riuscì e le foto di quella prima donna maratoneta fa il giro del mondo.
Boston è tutte queste cose insieme e molte altre che sono state e che verranno. “Boston is strong…” dicono gli americani e lo ripetono tutti quelli che hanno la fortuna di arrivare al traguardo. “You start as a runner. You finish as a Boston Marathoner….” si dice da queste parti. Che dà bene il senso della storia: perchè qui si comincia come corridori e si fiisce come maratoneti di Boston…
