«Undici secondi nasce da un istante preciso: il secondo gol di Diego Armando Maradona agli inglesi, il 22 giugno 1986, nello stadio Azteca nei quarti di finale del Mondiale. Durò undici secondi: quasi niente. Un respiro. Un gesto. Un lampo. Eppure, dentro quegli undici secondi, per noi argentini entrò una parte enorme della nostra storia…». Carlos Aletto, scrittore di Mar del Plata, chiarisce subito che il suo ultimo romanzo non è solo un libro che parla di calcio.

É la storia di due ragazzi di un «barrio» tra i più poveri di Buenos Aires che si fanno una promessa: il primo che riuscirà a uscire dalla povertà dovrà tornare indietro per salvare l’altro. Uno sogna il calcio, l’altro sogna la letteratura. Tutti e due guardano Maradona come si guarda qualcuno che ha dimostrato che, anche venendo dal fango, anche venendo da un quartiere povero, si può arrivare a toccare qualcosa di immenso. Che ci si può anche perdere nella vita ma comunque e in qualche modo ci si ritrova empre, si riparte, si ricomincia.

Maradona non è soltanto un calciatore. «È il ragazzo povero che attraversa il campo- spiega Aletto- In Argentina chiamiamo potrero quello spazio di terra, di polvere, di fango e di sogni dove i bambini imparano a prendere a calci un pallone ma anche la lealtà, la rivalità, l’amicizia, la resistenza. I protagonisti del mio libro vengono da lì. Da un mondo povero, duro, ma pieno di immaginazione. Da un luogo dove un pallone può essere una forma di salvezza e che credono e sperano che il calcio, la letteratura o l’amicizia possano salvarli…».

Quel giorno all’Atzeca Maradona riscattò un Paese da quello che il popolo dell’albiceleste considerava un atto di prepotenza di Margaret Tatcher quando, quattro ani prima nella guerra delle Malvinas, aveva portato alla morte di oltre 600 soldati argentini. Due gol. La mano del Dios e pochi minuti dopo il gol del secolo per dire che, contro la potenza militare, si poteva vincere con l’astuzia e con la bellezza assoluta di un gesto. Undici secondi per entrare dritto nella storia per tornare protagonisti del proprio destino. Non solo.

Undici secondi è anche un libro sulla lingua, sulle contaminazioni, sul ritorno all’origine perchè Aletto ha nonni del Sud, di Teano vicino Napoli. «La lingua argentina è piena di Italia- racconta- Quando ero bambino, ascoltavo ancora il cocoliche, quella lingua mescolata che parlavano molti immigrati italiani e i loro figli: un italiano che voleva diventare spagnolo, uno spagnolo che non riusciva a dimenticare l’italiano. Era una lingua comica, tenera, dolorosa, di lavoro, di nostalgia, di fame di futuro, di porti, di immigrati, di quartieri. Per questo io credo che scrivere in Argentina sia, in qualche modo, continuare a parlare con l’Italia. Io vivo a Mar del Plata, e lì il porto è uno dei luoghi più italiani dell’Argentina. Un luogo di pescatori, di famiglie, di lavoro duro, di barche, di reti, di feste religiose, di dialetti, di cognomi italiani. Un pezzo d’Italia costruito davanti all’Atlantico. A volte penso che il porto di Mar del Plata sia una specie di traduzione vivente: Italia tradotta al vento argentino, al mare argentino, al lavoro argentino…».

Undici secondi viene da lì. Racconta tutto ciò ma soprattutto risponde ad una domanda: «Chi racconterà la nostra storia? Chi racconterà la vita dei ragazzi poveri, degli amici perduti, delle famiglie che attraversano il mare, dei padri, dei nonni, degli antenati che hanno lasciato un paese per costruire una vita nuova? Ii ho pensato che fosse arrivato il momento di raccontare un pezzo di storia dell’Argentina, ma anche quella dell’Italia che vive dentro l’Argentina…»