Addio ad Amerigo Sarri, “babbo” di Maurizio. Anzi di più
Amerigo Sarri era il papà di Maurizio, oggi allenatore dell’Atalanta. Non solo, anzi parecchio di più. Se n’è andato ieri a 97 anni portando con sè una bella storia di bici, pedali, corse, vittorie e passione che lo consegna storico protagonista del ciclismo toscano del secondo Dopoguerra. Iniziò a gareggiare nel 1946 tra gli allievi con la maglia dell’Unione sportiva Figline Valdarno, conquistando nove successi e mettendo in mostra qualità che lo avrebbero presto indicato come una delle più interessanti promesse del paese che tornava lentamente a togliersi di dosso le paure e a sognare. Era un passista-scalatore con un buon spunto veloce e un paio di anni dopo passò tra i dilettanti. In sei stagioni raccolse 37 vittorie con diverse formazioni, tra cui il gruppo sportivo Castellani, L’unione sportiva Rifredi, Assi Firenze e soprattutto l’Aquila Montevarchi, società con la quale visse gli anni più importanti della carriera. Fu anche convocato nella nazionale azzurra: un paio di volte. Era il tempo delle grandi sfide, Bartali e Coppi, lui ebbe una bella amicizia con Gino che durante gli allenamenti faceva spesso tappa a Figline Valdarno. A 26 ani smise di pedalare, si dedicò al ciclismo organizzando gare ma con l’anima e con il cuore di sella non è mai sceso. Nel 2022 la Sezione Ciclistica dell’Aquila Montevarchi gli aveva conferito il titolo di socio onorario, insieme a Giancarlo Brocci, fondatore dell”Eroica, come riconoscimento per il contributo dato alla storia del ciclismo montevarchino e toscano.
E all’Eroica era di casa. Anni fa a Gaiole in Chianti, al via della ventunesima edizione della ciclostorica più famosa al mondo, lo avevo incontrato per caso il giorno prima della partenza e aveva subito messo le cose in chiaro quando aveva capito che, da giornalista, volevo stuzzicarlo su suo figlio che allora allenava il Napoli ed era in testa alla classifica: “Nonostante il mi’ figliolo io tifo per la Fiorentina…” disse. Punto e a capo. Le strade e gli sterrati eroici li conosceva come le sue tasche e a Gaiole era venuto in bici con la divisa bianca con la banda orizzontale rossa e blu dell’Aquila Montevarchi. Gli era rimasta addosso. ” Qui a Gaiole vinsi una gara anche se negli ultimi chilometri rimasi senza freni- ricordò davanti a un vetrina dove era esposta una foto della Montevarchi di allora al gran completo- Si era in fuga in due e ad un certo punto in discesa mi si ruppe anche il secondo cavo. Il primo era già saltato prima. Non dissi nulla al mio compagno di avventura, cercai di non fargli capire che ero in difficoltà. Mi misi alla sua ruota e continuai a frenare in discesa mettendo la punta della scarpa sul copertone posteriore. Finchè finalmente s’arrivò al piano, un paio di chilometri dove i freni non servivano più. Partii di scatto e vinsi la gara…”.
Guardavi Amerigo, pensavi a Maurizio, più o meno gli stessi gesti, lo stesso parlare. E allora si parlò di Napoli dove tanti anni la famiglia Sarri si trasferì nel suo peregrinare per lavoro. Ricordò quella volta che girava in auto nel traffico e tutti continuavano a suonare per salutarlo e lui ricambiava anche se in realtà non capiva bene il perchè. Poi una volta a casa si rese conto: Maurizio, che era piccolino, per fargli uno scherzo gli aveva attaccato sul baule della macchina un bandierone celeste del Napoli. Forse un segno del destino. Anche se più del calcio Amerigo ha sempre amato il ciclismo. Una passione che non si è mai sopita. Restano i racconti delle corse, le foto in bianco e nero, i nomi e i cognomi di una squadra che negli Anni ’50 era eroica davvero. Tutti in fila, dal “canapino” a Libero Volante, da Valeriano Faldini che fu anche Gregario di Fausto Coppi a Bruno Tognaccini a Marcello Ciolli. Ma soprattutto resta l’immagine di Amerigo, “babbo” di Maurizio Sarri. Non solo, anzi di più.
