04Mag 26
Il maratoneta al comando “crolla” e il secondo lo aiuta a vincere: è giusto?
Non è la prima volta che succede: una corsa, un uomo al comando, il secondo che incalza e di fronte alla difficoltà fisica evidente di chi sta per fermarsi lo aiuta, rinunciando a vincere. Domenica a Fano alla Collemarathon a poche centinaia di metri dal traguardo l’atleta che stava conducendo la gara, stremato, è crollato a terra. Ha provato a rialzarsi e a raggiungere barcollando il traguardo ma è stato raggiunto da chi inseguiva a meno di un minuto. Il quale non ci ha pensato due volte, anzichè superarlo e andare a vincere, lo ha soccorso, lo ha soretto accompagnandolo all’arrivo e gli ha ceduto la vittoria.Anni fa a Pamplona in Spagna, la scena era stata più o meno la stessa con la differenza che a fermare Abel Mutai, che si era bloccato a una decina di metri dall’arrivo ingannato da un cartello malposizionato, era stato un errrore e lo spagnolo Ivan Fernandez si era be guardato dal superarlo. E si potrebbe continuare con gli esempi. Uno dei più iconici della storia del triathlon vide protagonisti un decina di anni nel Mondiale di Cozumel i fratelli inglesi Brownlee. Jonathan era al comando ma ebbe una crisi di disidratazione e a cento metri dalla vittoria corllo, il fratello Alistair che lo iseguiva si fermò ad aiutarlo e rinunciò all’oro che andò allo spagnollo Mario Mola. Nel calcio ha fatto storia il gesto di Paolo di Canio, in una partita della Premier, che prese il pallone con le mani anzichè segnare a porta vuota perchè il portiere era rimasto a terra infortunato. Ma tant’è. Il limite invalicabile resta la salute dell’ atleta: se c’è un persona che sta male giusto fermarsi a soccorrerlo anche costo di perdere una gara, ci mancherebbe. Di tutto il resto si può e si deve discutere.
Il dibattito è aperto. Fino a che punto in una competizione sportiva deve arrivare il fair play? Qual è il limite tra etica sportiva e competizione? Quando, soprattutto in una gara come la maratona dove la fatica, la capacità di resistere, quella di amministrarsi è parte fondamentale della prestazione, della sfida stessa ci si deve fermare? Ma soprattutto è giusto e sportivo cedere il passo ad un avversario che non ce la fa più? Ognuno ovviamente ha la propia morale e la propria risposta e di conseguenza si compota, certo è che la competizione sportiva ha le sue regole che spesso possono sembrare crudeli. Il fatto che un avversario “crolli”, dalla maratona, al ciclismo, alla boxe (ma si potrebbe continuare) è l’essenza stessa dello sport. Accertato che ci sia chi lo aiuti, chi lo soccorra, che non sia in pericolo di vita la gara deve continuare, la gara va onorata e portata a termine secondo quelle che sono le regole della competizione, dell’agonismo, della sana e leale rivalità
Il dilemma tocca l’essenza stessa dello sport: competizione estrema contro umanità. Aiutare a rialzarzi chi è crollato dimostra che la dignità umana e la lealtà superano il risultato sportivo ma il senso stesso della gara non è quello, è vincere e l’aiuto altera la competizione, svilisce il senso agonistico di una sfida. La competizione obbliga a dare il massimo per vincere ache se vincere sempre non è l’obiettivo da raggiungere ad ogni costo ma arrendersi, crollare, alzare bandiera bianca fa parte dello sport e non a caso un dei valori più alti che lo sport trasmette è proprio la gestione della sconfitta.
