E poi un giorno all’improvviso ti accorgi che il calcio è uno sport vecchio. Non per età, ci sono un sacco di ragazzini che giocano a pallone. E’ vecchio per cultura, per mentalità, per come si pone per come si atteggia. Te ne rendi conto all’istante quando vedi  i visi, i racconti,  le interviste degli azzurri e delle azzurre del nuoto e dell’atletica che, tra Parigi e Birmingham, hanno dominato gli Europei con imprese formidabili firmate con la semplicità e una freschezza che ha conquistato tutti .
Il calcio è rimasto indietro,  arroccato su schemi stantii, conservativi da enclave che vuole mantenersi strette le posizioni e non solo quelle . E’ uno sport che parla ancora di “mister”,  che cresce bimbi che fanno la diagonale e senza sapere alzano il braccio quando battono un calcio d’angolo, ragazzi poco più che adolescenti che vivono vite milonarie,  dirigenti che parlano di arbitri e var come se dalle loro parole dipendessero le sorti del mondo. Un popolo che si prende maledettamente sul serio,  che non ride quasi più,  che non si abbraccia, che giustificica il fine con ogni mezzo, che simula, che vive ogni sconfitta come un dramma, nazionale compresa.
Un pianeta di giovani già un po’ vecchi, figli di un mondo antico che parla poco inglese, che fa rari stage all’estero, che conta poche lauree, pochi master, poca condivisione, poca ironia. E allora, tanto per fare qualche esempio, vedi Sara, Larissa, Nadia davanti ad un microfono a fine gara e capisci all’istante che qualche differenza c’è.  Che vanno più veloci, non solo in vasca e in pista. Vanno più veloci perchè ti accorgi che sono cittadine di un mondo nuovo, moderno che in questi anni è cambiato ed è progredito che ha abbattuto parecchie barriere e qualche frontiera che pare aver tracciato un solco netto tra passato e futuro.  Un mondo straordinariamente normale. Il mondo della nostra “meglio gioventù”.