Anni fa a Quarto Oggiaro, una delle periferie più complicate di Milano,  in onore di Ugo Figerio, milanese doc, primo campione della marcia italiana, tre volte oro olimpico negli anni ’20 e ’30 ad Anversa e poi a Parigi dopo quasi 50anni  anni si era tornati ad organizzare un gara di marcia. Una sfida riservata alle giovani promesse in una periferia milanese spesso bistrattata ma «terra» di grandi marciatori, campioni straordinari come Michele Didoni e Gianni Perricelli che si sono erano su quelle queste strade negli anni ’80 e 90′ e hanno vinto poi medaglie alle olimpiadi e ai campionati mondiali.

Ma la marcia azzurra ovviamente non ha solo una storia milanese. E’ una “scuola d’oro” con una delle più importanti tradizioni nell’atletica leggera mondiale che ha collezionato decine di medaglie olimpiche, mondiali ed europee grazie a fuoriclasse assoluti: oltre a Frigerio vanno ricordati Pino Dordoni oro olimpico ai Giochi di Helsinki nel 1952, Abdom Pamich oro nella 50 km alle olimpiadi di Tokyio nel 1964, Maurizio Damilano oro a MOsca nel 1980, Ivano Brugnetti oro ad Atene, Alex Schwazer oro a Pechino, Massimo Stano oro a Tokyo nel 2021 e Antonella Palmisano oro lei pure a Tokyo. E si potrebbe continuare con un elenco infiito di vittorie e di campioni tra titoli mondiali ed europei

La marcia è una disciplina nobile, tosta, da periferie, sport “povero” ma incredibilmente ricco, da grandi imprese e di grandi riscatti. Una specialità di fatica e sudore che spesso non trova spazio nelle prime pagine o in tv se non quando porta nel carniere titoli e medaglie che in anni passati hanno spesso salavato spedizioni azzurre non trionfali come le ultime a cui ci stiamo abituando.

Per questo fa rabbia vedere come è stata tratta negli ultimi europei inglesi a  Ferragosto. Quattro gare, mezza maratona e maratona maschile e femminile al via tutte insieme. Una follia, un insulto a una disciplina che ha scritto e regalato pagine impredibili all’atletica. Un trattamento ignobile, irrispettoso della fatica degli atleti,  che ha dato la sgradevole sensazione che gli organizztori si volessero quasi levare di torno un impiccio il più presto possibile.  Non si capiva che gara si stesse vedendo, non si riuscivano a seguire gli atleti, chi sorpassava chi,  chi fosse davanti, chi dietro…

Cionostante a Birmingham gli azzurri hanno scritto un’altra grande pagina: “Credo questo campionato europeo sia stato fatto un pezzo di storia della marcia- aveva detto alla fine il Dt azzurro Antoni La Torre_ Cinque medaglie, due ori, due argenti e un bronzo e un record del mondo. C’è un leone come Massimo Stano che dà coraggio ed è veramente un esempio a tutti e abbiamo questa irruente New Wave con Sofia Fiorini. E poi Mihai, Cosi e Fortunato che inizia la sua vera carriera. Credo bisognerebbe avere rispetto per queste grandissime storie umane perché se dovessimo raccontare il calvario di Stano di questi ultimi anni si capirebbe quanto amore ci mettono questi atleti. Serve avere un po’ più di rispetto per gli atleti e per questa disciplina che nasce con le Olimpiadi”. Giusto, peerfetto.

Ora però la parola passa anche al Presidente della Fidal Stefano Mei. Che si faccia sentire, che batta i pugni sul avolo se serve, che spieghi a chi di dovere che la marcia ( non non solo azzurra) è uno dei pezzi più importanti della storia dell’atletica e non può essere trattata così.