La salute ha bisogno di misura
La salute, quando viene raccontata male, diventa spesso una faccenda di divieti assoluti o di ricette miracolose. La giornata di studio Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS nella Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino, ha scelto invece una strada più difficile ma più utile: rimettere al centro il concetto di equilibrio.
Il punto non è negare i rischi, né trasformare la tradizione in alibi. È capire che alimentazione, stile di vita, contesto sociale e cultura del consumo non possono essere letti con formule secche, buone per un titolo ma povere per la prevenzione. Lo ha chiarito in apertura la presidente Annabella Pascale: «La misura rappresenta oggi una chiave fondamentale per interpretare la complessità del presente. Crediamo sia necessario riportare il dibattito pubblico su basi scientifiche solide, senza semplificazioni ideologiche».
Il primo nodo emerso riguarda la dieta mediterranea. Non è soltanto una lista di alimenti consigliati, ma un modello che comprende qualità del cibo, convivialità, attività quotidiane, stagionalità, relazioni sociali. Licia Iacoviello l’ha definita «molto più di un modello alimentare», richiamando però una criticità spesso rimossa: le disuguaglianze sociali stanno trasformando questo patrimonio, nato come popolare, in una pratica più diffusa tra i gruppi avvantaggiati. È un passaggio importante per Salute e benessere: se mangiare bene diventa un privilegio, la prevenzione perde forza proprio dove servirebbe di più.
Il secondo tema forte è il consumo crescente di cibi ultra-processati. Qui la misura non è nostalgia gastronomica, ma lettura concreta del rischio. Durante il convegno è stato ricordato che la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di questi prodotti è associata agli esiti peggiori per la salute. Tradotto: non basta aggiungere ogni tanto un alimento “sano” dentro abitudini disordinate. Conta il modello complessivo, soprattutto nella vita di tutti i giorni.
Il passaggio più delicato ha riguardato il vino. Il Prof. Giovanni de Gaetano ha invitato a evitare due scorciatoie opposte: l’assoluzione culturale da una parte, la demonizzazione indistinta dall’altra. Il vino non diventa un farmaco perché appartiene alla tradizione mediterranea, ma non può essere letto neppure fuori da dose, frequenza, pasti e comportamento. Il punto, per come è emerso dalla conferenza, è distinguere consumo moderato e consumo eccessivo, senza trasformare una questione di salute pubblica in una bandiera ideologica.
Da qui il richiamo alla cosiddetta curva a J, cioè all’idea che l’effetto cambi al variare della dose. È un concetto utile, purché non venga banalizzato. Non autorizza a bere, non cancella le fragilità individuali, non vale per tutti nello stesso modo. Serve piuttosto a ricordare che la prevenzione seria non vive di slogan, ma di valutazioni proporzionate. Come ha spiegato de Gaetano, «esiste una finestra di beneficio associata al consumo di dosi moderate, ben distinta dagli effetti dannosi del consumo che si evidenziano in corrispondenza di dosi crescenti».
Lo stesso filo è stato ripreso dal Prof. Fulvio Ursini, che ha messo in discussione la tentazione contemporanea del rischio zero. La biologia, ha spiegato, non funziona come una macchina da tenere al riparo da ogni stimolo. Gli organismi viventi si adattano, reagiscono, trovano equilibrio. Per questo «la salute non è il risultato dell’eliminazione di ogni rischio, ma dell’equilibrio tra stimoli, limiti e capacità di adattamento».
Nella parte conclusiva, la Prof.ssa Fabiola Sfodera ha riportato il discorso sul terreno dei comportamenti. Il consumo italiano di vino e bevande alcoliche è stato descritto come moderato, ritualizzato, legato ai pasti e alla socialità. Anche qui il messaggio non è celebrativo, ma culturale: la convivialità mediterranea può essere un fattore di ordine, perché separa l’uso consapevole dall’eccesso disordinato.
La Fondazione come luogo di dialogo
La Fondazione Giuseppe Olmo ETS si muove esattamente in questo spazio: non come semplice organizzatore di convegni, ma come luogo di dialogo tra ricerca, cultura e territorio. L’iniziativa di Artimino rientra nel suo programma di promozione della conoscenza scientifica e di valorizzazione della cultura mediterranea contemporanea. La sede scelta non è neutra. La Villa Medicea La Ferdinanda, patrimonio Unesco, fa parte della Tenuta di Artimino, acquistata nel 1989 da Giuseppe Olmo e riportata negli anni a nuova vita insieme al borgo e alle strutture circostanti.
Per questo l’evento ha avuto anche un valore simbolico. Parlare di misura in un luogo che unisce storia, paesaggio, vino e ricerca significa proporre un’idea di benessere meno urlata e più responsabile. Non la salute ridotta a paura, non il piacere trasformato in indulgenza, ma una cultura quotidiana fatta di conoscenza, limiti, socialità e scelte ragionate. In fondo, il modello mediterraneo resta forte proprio quando non viene usato come slogan: quando diventa pratica concreta, accessibile e verificabile


