L’Italia è il Paese più anziano dell’Unione Europea. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 sono 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione. La longevità cresce, ma non sempre aumentano gli anni vissuti in buona salute. Per questo la Società Italiana di Nutrizione Umana, al 46° Congresso nazionale di Bergamo, indica la malnutrizione nell’anziano come una priorità di sanità pubblica.

Il punto è semplice, ma spesso trascurato: in terza età il cibo è una forma quotidiana di prevenzione. Serve a mantenere energia, difese, massa muscolare oltre a equilibrio e autonomia. La malnutrizione può essere per difetto, quando l’anziano assume poche calorie o pochi nutrienti, oppure per eccesso, come nel caso dell’obesità. Le due condizioni possono perfino convivere con la sarcopenia, cioè la perdita di massa e forza muscolare.

“La qualità della vita degli anziani è strettamente correlata alla corretta alimentazione, determinante per orientare il processo di invecchiamento verso il mantenimento dello stato di salute, piuttosto che verso condizioni di fragilità e morbilità”, afferma la Prof.ssa Anna Tagliabue, Presidente SINU.

I segnali non sono sempre evidenti. Un calo di peso non voluto, piatti lasciati pieni, stanchezza, minore forza, sete scarsa, difficoltà a masticare o deglutire, isolamento durante i pasti meritano attenzione. Non bisogna allarmarsi inutilmente, ma nemmeno liquidare tutto con un generico «è l’età». Medico, dietista o nutrizionista possono valutare il problema prima che diventi fragilità.

Le cause possono essere molte: poco appetito, solitudine, depressione, problemi dentali, farmaci, malattie croniche, difficoltà digestive o mancanza di assistenza. Nelle case di riposo e nelle RSA il tema è ancora più delicato. La SINU ricorda che in Italia la quota di pazienti con malnutrizione conclamata o a rischio è stimata tra il 49% negli ospedali e il 69% nelle strutture di lungodegenza.

La risposta non è una dieta rigida. Le linee guida puntano a un’alimentazione equilibrata, ispirata al modello mediterraneo, personalizzata sui bisogni reali: tre pasti principali, 1 o 2 spuntini quando servono, giusta idratazione, proteine adeguate, consistenze adatte a chi mastica o deglutisce con fatica. Anche il modo in cui si mangia conta: un piatto gradevole, tempo sufficiente, compagnia e assistenza al pasto possono migliorare molto l’assunzione di cibo.

Lo stile di vita corretto, però, non finisce a tavola. L’alimentazione funziona meglio se accompagnata da movimento regolare e proporzionato all’età: camminare, fare esercizi leggeri di forza, allenare equilibrio e mobilità. Invecchiare bene non significa inseguire prestazioni. Significa costruire ogni giorno una piccola riserva di salute, con cibo adeguato, acqua, movimento e relazioni. È prevenzione concreta, non teoria da manuale.

“Nelle case di riposo e nelle RSA va implementato un protocollo sistematico di gestione nutrizionale degli ospiti della struttura, secondo indicazioni che si possono ricavare dalla letteratura e che tengano conto di criticità che sono molto variabili – dichiara il dott. Umberto Scognamiglio, Consigliere SINU. La prima fase è destinata allo screening della malnutrizione, seguono la diagnosi nutrizionale, l’intervento nutrizionale, la valutazione dei risultati e la gestione nel tempo. L’intervento nutrizionale non va inteso in senso clinico, ma, piuttosto, come un insieme di provvedimenti volti a migliorare l’alimentazione abituale dell’anziano attraverso l’ottimizzazione degli ambienti di consumo dei pasti, l’adattabilità del menu e potenzialmente anche l’uso di integratori quando una normale dieta equilibrata non è tollerata”.

Tre controlli semplici

• Peso: una perdita non voluta va segnalata.

• Piatto: ciò che resta indica quanto si mangia davvero.

• Forza: meno muscoli significa più rischio di fragilità.

Fonte: comunicato SINU, Società Italiana di Nutrizione Umana, 27 maggio 2026.

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