Addio al tenente Tejero che sfidò la democrazia brandendo una pistola
Oggi, a trentacinque anni e due giorni da quel pezzo mai sopito della storia spagnola, il tenente e ne è andato all’età di 93 anni in una giornata di sole già primaverile a Xàtiva (Valencia). Poche ore prima, l’esecutivo socialista di Pedro Sanchez aveva tolto il segreto di stato proprio dal dossier di documenti che raccontavano la rivolta.
L’ex ufficiale della Guardia Civil, morto circondato dai suoi figli, poco prima dell’estrema unzione, fu espulso dalla Guardia Civil dopo la condanna a tre decenni di carcere, giudicato uno dei principali istigatori del golpe. Da anni viveva nella provincia di Malaga, dove era nato. Le sue apparizioni pubbliche erano diventate sempre più rare negli ultimi anni: lo si era visto nell’autunno del 2019, quando partecipò alla sepoltura delle spoglie del dittatore Francisco Franco, traslate dal mausoleo per le vittime della Guerra Civile, scavato nella roccia della Valle de los Caidos, nel piccolo cimitero di Mingorrubio a Madrid, dopo anni di velenose polemiche politiche tra destra e sinistra.
Tejero era l’ultimo dei tre principali condannati del fallito golpe ancora in vita, dopo la morte dei generali Jaime Milans del Bosch nel 1997 e Alfonso Armada nel 2013.
La fotografia di Tejero, dalla tribuna con il suo tricorno, la pistola in mano, mentre grida all’emiciclo della Camera Bassa, il suo leggendario “Tutti seduti, maledizione!” è l’immagine più iconica di quel 23 febbraio. Era entrato nel luogo più acro della giovane democrazia iberica con duecento guardie civili mentre era in atto la sessione di investitura di Leopoldo Calvo-Sotelo a Primo Ministro. Ono ancora visibili i fori dei colpi esplosi dal tenente nel soffitto dell’aula, come un’antica cicatrice del paese.
Per diciotto lunghissime ore i parlamentari divennero ostaggio dei golpisti. Seguirono gli screzi tra Tejero e il generale Armada: non riuscivano ad accordarsi sulla composizione del loro governo golpista che non vide mai la luce, ma fu soltanto un aborto.Tejero fu processato insieme ad altre 32 persone e condannato in primo grado e poi dalla Corte Suprema a 30 anni di carcere per il reato di ribellione militare e per essere stato uno dei tre autori insieme a Milans del Bosch – che dispiegò i carri armati nelle strade di Valencia – e Armada. Tejero scontò la pena in diverse strutture militari, chiese la grazia tramite una confraternita religiosa, la Corte Suprema la accettò ma il governo la respinse. Gli fu concesso lo status di semilibertà soltanto nel 1993, per poi essere rilasciato sulla parola tre anni più tardi. Durante la detenzione preventiva, fondò un partito politico, Solidarietà Spagnola, che si presentò alle elezioni generali del 1982 con lo slogan di cattivo gusto “Entrate in Parlamento con Tejero!”. Fu un fallimento: con i candidati in ben 32 province, rastrellò poco più di 28 mila voti, pari allo 0,14%.
Dopo il carcere, si dedicò alla pittura, bazzicando qualche evento politico. Nel 2012 denunciò Artur Mas, allora presidente della Generalitat della Catalogna, per cospirazione e tentata sedizione per i suoi piani di secessione catalana. E nel 2023 replicò col premier Sánchez perché aveva osato chiedere appoggio ai nazionalisti. Tejero spiegò coì le sue ragioni: “Non vedo alcuna reazione sociale alle atrocità commesse da quell’uomo di nome Pedro”, e ribadì le sue vecchie convinzioni: “Vorrei un governo militare per sistemare le cose”, pur affermando di accettare il “Partito Popolare come il male minore”. Il vecchio lupo perse il pelo, ma non il vizio. Nel 2019, in occasione della sepoltura dei resti del Caudillo, l’ex ufficiale della Guardia Civil, tentò invano di tagliare il cordone di polizia che cingeva l’ingresso del pantheon.
Fino allo scorso marzo, quando il suo nome apparve tra i firmatari di una dichiarazione della sedicente Piattaforma 2025, che iniziava con “Noi spagnoli grati a Francisco Franco…”. La piattaforma voleva disturbare, con una controprogrammazione a base di conferenze e commemorazioni, il calendario organizzato dal governo per celebrare il 50° anniversario della morte del dittatore e l’inizio della transizione verso la democrazia.
Nemico indomito di ogni velleità e imbolo indipendentista, tutti ricordano quando il tenente nel 1977 inviò un indiavolato telegramma all’allora Ministro dell’Interno, Rodolfo Martín Villa, esprimendo il suo forte disaccordo con la misura della depenalizzazione dell’uso dell’ikurriña, la bandiera dei Paesi Baschi, simbolo della lotta indipendentista che era sfociata nel terrorismo irredentista dell’Eta.
Fece nuovamente clamore quando Tejero pubblicò una lettera aperta a Re Juan Carlos sul quotidiano El Imparcial, esprimendo apertamente il proprio disaccordo con la Costituzione che sarebbe stata approvata a larga maggioranza in un referendum nel 1977.
Nel 1978 ci fu anche un precedente al golpe del 1981, la cosiddetta Operazione Galaxia, in cui lui e il capitano dell’esercito Ricardo Sáenz de Ynestrillas si incontrarono nella caffetteria Galaxia di Madrid per pianificare un colpo di Stato. Il piano prevedeva l’occupazione del Palazzo della Moncloa, dove il governo si stava riunendo in Consiglio dei Ministri, l’arresto dell’intero Consiglio e la richiesta al Re di formare un governo di salvezza nazionale. La cospirazione venne alla luce per la soffiata di diversi ufficiali che si rifiutarono di partecipare al complotto. Le pene inflitte per quel tentativo furono minime: sette mesi di carcere per Tejero e sei mesi e un giorno per l’altro ufficiale militare coinvolto.
