Puntualmente ricadiamo ciclicamente nei medesimi errori allo scoppio di una crisi internazionale. E questa volta la pagheremo ancora più cara del dovuto. anzi le conseguenze le stiamo già pagando. Gas e carburanti sono schizzati alle stelle per la guerra voluta da Netanyahu e Trump (e la conseguente speculazione finanziaria) per cambiare a loro esclusivo interesse e per sempre l’assetto geopolitico del Medi Oriente.
Lasciando perdere gli effetti che questa guerra provocherà a livello di sicurezza (atti di micro terrorismo con totale imprevedibilità a valanga in tutta Europa, Nord Africa, Oceania e Medio Oriente, soprattutto Paesi più sensibili e coinvolti militarmente in questa Eric War), l’Italia che cresce in modo cianotico da dieci anni con una media dello 0,7% annuo, quando ci va bene, e con una altrettanta crescita della produzione industriale già sfiancata dai costi elevati dell’energia (in Europa sono il 20% in più per i privati e il 60% in più per le industrie), e dalla perdita di competitività (e le colpe sono di tutti i colori in Parlamento), ora il Bel Paese si trova nuovamente con le spalle al muro.
La vexata questio la sappiamo tutti: perché on ci siamo mossi prima? Nella palude che è il nostro decisionismo, la questione energetica è quella più immobile.
In Spagna, invece, negli ultimi tre decenni, è in vigore un piano energetico nazionale, rivisto ogni anno, che attualmente garantisce che il 66% del fabbisogno energetico del Paese sia soddisfatto dalle fonti alternative (oltre il 50% arriva dal solare, mentre l’Italia è attorno al 25% e non perché abbiamo una sostanziale inferiorità di ore solari ). Quindi: abbiamo accumulato già un vergognoso ritardo. Iniziamo a separare luce e gas per quanto riguarda i costi di produzione (ennesima vexata questio) e agiamo, non subito. Ma ora.