Il 24 settembre 2021  è stata inaugurata  la mostra «I Santi Pietro e Paolo di Raffaello e Fra Bartolomeo. Un omaggio ai Patroni di Roma» inserita nel percorso di visita dei Musei Vaticani,  aperta al pubblico dal 25 settembre. Pubblichiamo un articolo del direttore dei Musei e uno stralcio del testo firmato dal direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze  tratto dal catalogo della mostra  (Edizioni Musei Vaticani,  a cura di Barbara Jatta e Guido Cornini, con la collaborazione di Fabrizio Biferali).

“Raffaello visse dodici anni nella Città Eterna, dal 1508 al 1520, in un momento felicissimo per le arti, durante i due significativi pontificati di Giulio II Della Rovere e di Leone X Medici, nel quale si venne a creare una congiuntura unica nella corte pontificia per la presenza contemporanea di personalità artistiche di primo piano, da Michelangelo a Leonardo, da Bramante a Sangallo, a una moltitudine di artisti, letterati, filosofi e teologi. Raffaello ha lasciato la sua impronta in Vaticano: i Palazzi e i Musei Vaticani hanno, infatti, il privilegio di essere i detentori dei suoi più belli e significativi cicli pittorici. Le Stanze di Papa Giulio II Della Rovere, che hanno acquisito il nome dello stesso Raffaello in considerazione del pregio degli affreschi (Stanza dell’Incendio, Stanza della Segnatura, Stanza di Eliodoro e Sala di Costantino). E poi ancora gli affreschi di Palazzo voluti dal cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena (la Stufetta e la Loggetta) e anche le celeberrime Logge, meta e mito di secoli di grands tourists.

Raffaello in Vaticano significa anche le imponenti pale della Pinacoteca Vaticana: la giovanile Pala Oddi; la predella della Pala Baglioni raffigurante le Virtù teologali (Fede, Speranza e Carità); la delicata, matura e magnifica Madonna di Foligno; e la dirompente Trasfigurazione, l’ultima opera dell’artista, «la più celebrata, la più bella e la più divina» delle opere del Sanzio.

Di sua invenzione, intessuti in fili di seta, d’oro e d’argento nella bottega fiamminga di Peter van Aelst, sono anche i raffinatissimi arazzi raffiguranti gli Atti degli Apostoli concepiti per completare la catechesi visiva della Cappella Sistina e commissionati da quel Pontefice così attento alle arti che fu Papa Leone X Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Fra le opere meno note di queste preziose raccolte vi sono due dipinti commissionati al frate domenicano Baccio della Porta, noto agli studi come Fra Bartolomeo, e portati poi a compimento da Raffaello, raffiguranti i Patroni di Roma — San Pietro San Paolo — e la cui storia si interseca con quella del collezionismo pontificio legato al grande urbinate. Fra Bartolomeo, pittore e confratello del convento fiorentino di San Marco, venne a Roma tra l’autunno del 1513 e l’estate del 1514 per ammirare le opere celebrate di Michelangelo e di Raffaello. In quel soggiorno ricevette l’incarico di realizzare due quadri di grandi dimensioni per la Chiesa di San Silvestro al Quirinale: un San Pietro e un San Paolo.

L’artista realizzò i cartoni preparatori e dipinse il san Paolo, ma un’improvvisa crisi artistica gli impedì di finire il lavoro e lo costrinse a rientrare anzitempo a Firenze. Probabilmente soltanto dopo la sua morte, Raffaello completò il San Pietro in omaggio al più anziano collega. Committente dell’opera fu fra Mariano Fetti, un sodale del cardinale Giovanni de’ Medici, futuro Papa Leone X , che durante il papato leonino divenne uno dei più apprezzati buffoni della corte pontificia. Alla morte di Bramante, nel 1514, il Fetti ereditò la carica curiale della Piombatura Apostolica del grande architetto. È verosimile che l’intervento di Raffaello sul San Pietro fosse avvenuto dopo la morte di Fra Bartolomeo, sopraggiunta nell’ottobre del 1517, per il profondo rispetto che il pittore urbinate nutriva per il collega toscano: un sentimento ricordato anche dal Vasari, secondo cui il Sanzio, durante il soggiorno a Firenze, fu colpito «dalla maniera del frate, e piacendogli il maneggiare i colori e lo unir suo, con lui di continuo si stava». La tavolozza e il panneggio del resto, simili nella figura omologa del registro superiore della Trasfigurazione, confermano per il San Pietro una cronologia tra il 1517 e il 1520.

Non meno tortuosa è la storia delle due tavole nel corso dei secoli che seguirono la loro realizzazione. Spostamenti e collocazioni in palazzi diversi si sono susseguiti fino agli anni Ottanta del Novecento, a testimonianza della considerazione che questi dipinti meno noti hanno comunque sempre avuto. Dalla chiesa di San Silvestro al Quirinale le opere vennero acquistate da Papa Clemente XI Albani nel 1707. Il raffinato Pontefice, nativo di Urbino, aveva un motivo in più per portare nelle collezioni pontificie due capolavori, noti ma non così ben conosciuti. Filippo Titi li descrisse nell’Appartamento dei Principi del Palazzo del Quirinale alla metà del XVIII secolo; presenti, poi, nella Pinacoteca di Pio VI , dovettero passare alla Floreria apostolica durante i turbolenti momenti della presa di Roma ed entrarono ufficialmente negli inventari dei Musei Vaticani dal 1895.

San Pio X li volle nella sua Pinacoteca, inaugurata nel 1909 nel corridore occidentale di Belvedere, e successivamente passarono in quella di Pio XI . Nell’edificio inaugurato nel 1932, frutto della politica culturale di Papa Ratti e progettato da un anziano Luca Beltrami, in stretta collaborazione con il direttore Bartolomeo Nogara e con Biagio Biagetti, San Pietro e San Paolo trovarono posto nella sala X , al fianco del celebre dipinto scaturito dalla bottega raffaellesca, la Madonna di Monteluce, opera di Giulio Romano e Giovan Francesco Penni. Nel 1963 passarono nell’Appartamento pontificio di rappresentanza di Castel Gandolfo, dove rimasero per circa un decennio e dal 1974 nell’Appartamento delle Udienze in II Loggia nei Palazzi vaticani. Già a partire dagli inizi del 2019, nel controllo periodico che svolgono i Musei Vaticani erano state rilevate alcune criticità sui due dipinti. Si è quindi pensato di mettere mano ai dipinti, anche in previsione delle celebrazioni raffaellesche dell’anno successivo. Con Guido Cornini, e con l’aiuto di Fabrizio Biferali, abbiamo iniziato ad approfondire la conoscenza di questi imponenti e significativi dipinti, la loro storia e gli spostamenti museali. Contestualmente, li abbiamo prelevati dall’Appartamento delle Udienze sostituendoli con due raffinate repliche ad arazzo opera dell’esperto tessitore francese Jean Simonet della Manifattura di San Michele a Roma.

La pandemia e il lockdown hanno prolungato di alcuni mesi gli interventi conservativi e di restauro, condotti dal Laboratorio di Restauro Pitture dei Musei Vaticani coordinato da Francesca Persegati, ma le novità e i risultati emersi hanno ripagato di tante difficoltà. L’analisi tecnica e stilistica delle due opere compiuta in occasione del restauro induce a ritenere che i dipinti siano stati preparati entrambi da Fra Bartolomeo, il quale avrebbe poi portata a compimento la sola tavola del San Paolo; mentre il San Pietro, rimasto allo stadio di disegno preparatorio ombreggiato e forse con alcuni abbozzi di colore nei panneggi, sarebbe stato totalmente dipinto da Raffaello secondo una conduzione pittorica e uno stile che lo avvicinano alle opere del periodo più tardo della sua attività. L’eccezionale novità della sicura attribuzione a Raffaello del dipinto di San Pietro progettato da Fra Bartolomeo ben s’inserisce nelle celebrazioni in onore del Divin pittore. Le particolari ricerche presso il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, dove sono conservati i disegni e i cartoni preparatori delle due opere, hanno portato alla progettazione di questa straordinaria mostra in collaborazione fra i Musei Vaticani e le Gallerie degli Uffizi, che hanno cortesemente concesso in prestito i disegni e i cartoni preparatori ed effettuato il restauro di questi ultimi. Gli approfonditi studi riportati nel catalogo della mostra confermano pienamente il pregio storico-artistico di queste opere e l’esposizione che si apre nella Sala XVII della Pinacoteca Vaticana si configura come una mostra unica ed irripetibile, dove si potranno ammirare capolavori solitamente non visibili e, per la prima volta dopo cinquecento anni, si potrà vedere riunito l’intero iter di realizzazione delle due opere: disegni, cartoni preparatori e dipinti. Il restauro dei due dipinti è stato compiuto grazie al sostegno della Famiglia d’Urso, Capitolo di New York dei Patrons of the Arts in the Vatican Museums; il restauro dei cartoni è stato reso possibile dalla disponibilità degli Amici degli Uffizi e dei Friends of the Uffizi Gallery; la realizzazione dell’esposizione si deve al contributo dei Patrons of the Arts in the Vatican Museums”.

di Barbara Jatta
Direttore dei Musei Vaticani

“Quando, nel giugno 2018, agli Uffizi abbiamo inaugurato la nuova sala dedicata a Raffaello e Michelangelo, anche in vista del vicino cinquecentenario della morte dell’Urbinate (1520), in quello stesso ambiente — dedicato a due giganti del Rinascimento — abbiamo incluso le opere di un solo altro pittore, ovvero Fra Bartolomeo.

Infatti, se è indubbio che gli scambi tra Raffaello e il frate domenicano siano stati non solo intensi, ma anche assolutamente bilaterali, così l’impatto dell’opera di quest’ultimo su tutta la produzione artistica del Cinquecento e in particolare sulla pittura fiorentina controriformata della seconda metà del secolo è tale da imporci di sollevare il patrimonio pittorico del Frate, al secolo Baccio della Porta, dall’oblio generale che lo ha offuscato.  Sarebbe vano ogni tentativo di scrivere la storia dell’arte fiorentina e centroitaliana senza dedicare un denso, corposo capitolo al pittore domenicano, che nel convento di San Marco continuava la tradizione ivi inaugurata dal Beato Angelico. E così il dialogo vivacissimo tra tre dei massimi artisti del primo Cinquecento, che i visitatori possono avvertire nella sala di Raffaello agli Uffizi, trova una sorta di continuazione e culmine nella mostra che in questi mesi si può visitare ai Musei Vaticani. Per la prima volta dal 1513, quando tuttavia nessuno — tranne Fra Bartolomeo stesso e l’amico Raffaello — poté vederli nello studio dell’artista, si uniscono le due tavole raffiguranti San Paolo e San Pietro, entrambe ideate dal domenicano, e il secondo completato dal Sanzio, con due disegni preparatori e soprattutto con i due cartoni del frate: opere conservate alle gallerie fiorentine — come è emerso dalla ricerca archivistica propedeutica a questa mostra — sin dai tempi del cardinale Leopoldo de’ Medici (1617-1675), intelligentissimo e avidissimo collezionista: fondatore, tra l’altro, della raccolta grafica degli Uffizi. Non solo sono accostate opere che normalmente non si vedono insieme ma, per giunta, opere che in genere non si vedono proprio: nel caso dei quadri, perché fanno parte dell’allestimento del Palazzo apostolico, nel caso dei disegni e dei cartoni, perché sono assai sensibili alla luce e pertanto possono essere esposti solo una volta ogni quinquennio. Inoltre, sia i dipinti sia i cartoni sono stati restaurati per l’occasione, mostrandosi pertanto come mai prima e offrendo al visitatore un’esperienza che si avvicina, per quanto è possibile, al momento in cui furono creati. Il restauro e le ricerche storico-artistiche in preparazione della mostra hanno inoltre fatto emergere una serie di nuovi, importanti risultati scientifici che si presentano nel presente catalogo. Dal punto di vista estetico, i due protagonisti degli Atti degli Apostoli e della festività che ogni 29 giugno nell’Urbe ricorda insieme il loro martirio colpiscono per la monumentalità con cui, indipendentemente dalle loro dimensioni materiali, sono raffigurati davanti alle nicchie, come se fossero statue vive. Il loro volume, il loro peso, la gravità che diventa metafora della loro gravitas  morale e dottrinale, in ultima analisi, li rende i veri eredi della Madonna di Ognissanti di Giotto. Nel contesto più immediato, troviamo gli stessi espedienti di monumentalizzazione e resa scultorea della figura umana nella piccola Porzia sempre di Fra Bartolomeo, anch’essa esposta nella sala di Raffaello agli Uffizi, e — su scala davvero colossale, che traduce la retorica visiva in metrica oggettiva — nell’imponente San Marco custodito dal 1690 a Palazzo Pitti, che il domenicano ha raffigurato più grande del naturale e seduto in una nicchia.

L’esecuzione del San Pietro vaticano da parte di Raffaello si configura come una vetta ulteriore e fornisce un glorioso modello di collaborazione artistica: modello che ha ispirato i Musei Vaticani e le Gallerie degli Uffizi a unire le forze per questo evento espositivo, così come i nostri generosi sostenitori, i Patrons of the Arts in the Vatican Museums, gli Amici degli Uffizi e i Friends of the Uffizi Galleries. A tutti va il nostro più profondo ringraziamento, in questo 2021 che celebra non solo l’ottocentenario della morte di san Domenico, ma che abbassa il sipario sulle celebrazioni del cinquecentenario della morte del Sanzio”.

di Eike Schmidt
Direttore delle Gallerie degli Uffizi

 

Carlo Franza

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