Fino al 31 maggio 2024, presso la Libreria-Casa d’Aste-Casa d’Arte Gonnelli di Firenze, sarà in esposizione il cospicuo nucleo di disegni a tempera eseguiti dal pittore romano Giulio Artistide Sartorio (1860-1932) per illustrare Le feste romane di Ruggero Bonghi, edito a Milano da Hoepli nel 1891. Il nucleo di trentadue disegni messi all’incanto durante l’asta primaverile di grafica antica, moderna e contemporanea  che era in programma il 14-15-16 maggio 2024.

L’importante ritrovamento dei disegni originali consente di apprezzarne per la prima volta il pregio rispetto alla loro riproduzione fototipografica nel volume, incapace di rendere giustizia alla loro valenza estetica. In essi si possono inoltre rilevare alcune salienti caratteristiche relative a una fase cruciale nell’evoluzione artistica sartoriana. Il libro di Bonghi, illustre politico e letterato italiano, deputato e ministro dell’istruzione durante il governo Minghetti, offre una descrizione dettagliata, divisa per ogni mese dell’anno, delle feste e delle celebrazioni religiose romane antiche come le Saturnali, le Lupercali, le Calende e molte altre dalla fondazione di Roma fino alla fine dell’Impero romano. Il frontespizio dichiara che le illustrazioni furono eseguite da Ugo Fleres e Giulio Aristide Sartorio, ma è fuori dubbio che fu soprattutto quest’ultimo a lasciare la propria impronta originale nell’apparato figurativo e a lui spettarono non casualmente tutte le tavole fuori testo. Tuttavia, questo lavoro di Sartorio sembra essere sfuggito finora ai riflettori dei massimi esperti, forse perché ritenuto di minore importanza sia rispetto al suo antecedente contributo “bizantino” all’Editio picta dannunziana dell’Isaotta Guttadauro (1886) che ad altri lavori più maturi e significativi come Christus e Sibilla di parecchi anni successivi.

Nel 1889 l’artista aveva intrapreso un viaggio a Parigi accompagnato da Francesco Paolo Michetti che gli aveva fatto conoscere la  pittura di paesaggio della scuola di Barbizon, con lo scopo di aprirgli nuovi orizzonti per superare il formalismo della cultura accademica e pompier da cui era ancora in parte condizionato. Nell’anno seguente, durante il soggiorno abruzzese ospite di Michetti a Francavilla a Mare, Sartorio veniva spinto dall’amico a ritrarre dal vero scorci di campagna e nacque una serie di pastelli lunghi e stretti dall’orizzonte ribassato il cui taglio caratteristico lo si ritrova anche in alcune illustrazioni per le testate delle Feste romane.

L’argomento del libro di Bonghi conferiva una valenza ancor più nobilitante alla percezione panica e nostalgica che l’artista aveva della campagna romana sentita come “teatro del più grande impero del mondo” e memoria leggendaria delle sue antiche glorie. Due tra le illustrazioni per le tavole di dimensioni più grandi risultano eseguite al verso di frammenti del manifesto pubblicitario per l’amaro Corfinium realizzato con erbe aromatiche del Gran Sasso e della Maiella. Michetti aveva ideato il disegno con figure vascolari greche per l’etichetta della bottiglia e probabilmente spettò a lui anche l’esecuzione del manifesto, pur non essendo firmato. Pertanto questa coincidenza fa ipotizzare che le illustrazioni per Le feste romane siano state realizzate da Sartorio proprio a Francavilla in stretta vicinanza con il pittore abruzzese.

Nelle illustrazioni fuori testo si ritrovano inoltre alcuni elementi di particolare rilievo come nella tavola raffigurante il flamine quirinale e le vergini vestali in cui compare, forse per la prima volta, la statua di Artemide Efesia conservata al museo archeologico nazionale di Napoli, un topos simbolico particolarmente significativo che Sartorio pose al centro del  dipinto dal titolo Gli uomini e le chimere, una grande  tela di oltre otto metri, sul modello della precedente opera I figli di Caino premiata a Parigi nel 1889. Secondo la descrizione che ne fece proprio Ugo Fleres nel 1890 questa prima versione ritraeva la Diana di Efeso come un idolo primitivo circondato da uomini e donne nudi immersi nel sonno.

Non soddisfatto del risultato, Sartorio rifece poi a Weimar il celebre dipinto Diana d’Efeso e gli schiavi ultimato nel 1899 e oggi conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nella tavola delle donne latine che compiono il rito di lavare la statua di Venere, la figura femminile sulla sinistra con un vaso tra le mani si ritrova in modo quasi palmare, sempre all’estrema sinistra, nel trittico Le vergini savie e le vergini stolte commissionato a Sartorio da conte Primoli nel 1890 e di essa potrebbe costituire l’antecedente.

Anche la teoria processionale di vergini recanti ghirlande per la festa di Flora delineata in un’altra tavola del libro rivela qualche similarità con il suddetto trittico che rappresenta la prima decisiva svolta simbolista nell’arte di Sartorio, in parallelo con la formulazione di una nuova concezione spirituale della natura attraverso il cosiddetto “paesaggio stato d’animo”, trasmessa da Nino Costa agli affiliati del gruppo romano In Arte Libertas a cui l’artista aderì a partire dal 1890. Questi due aspetti sono percepibili anche nelle illustrazioni delle Feste romane particolarmente permeate dall’aura sacrale del mondo classico antico, congeniale alla passione antiquaria dell’artista che frequentava i musei ed era appassionato di storia e archeologia greco-romana. In alcune tavole infine si possono scoprire certi accenti decorativi attraverso le pose euritmiche di giovinetti nudi o seminudi dai corpi agili e longilinei in cui pare riaffiorare qualche reminiscenza di Mariano Fortuny e che costituiranno in futuro una tipica cifra sartoriana.

Sempre Ugo Fleres definiva a quel tempo l’artista amico come uno “sceglitore sapiente, assimilatore felice, ricco d’un patrimonio d’immagini e di nozioni che lo fanno dipingere piuttosto con aristocratica delizia, anziché con schietta commozione” (U. Fleres, Prima esposizione della città di Roma, in “Archivio Storico dell’Arte”, V-VI, 1890, p. 243). La stessa tecnica a grisaille delle illustrazioni originali a tempera, forse utilizzata perché più adatta per la riproduzione fotomeccanica tramite i cliché monocromatici, prelude a una scelta estetica che Sartorio applicò diversi anni dopo ai grandi pannelli decorativi come il Fregio della Sala del Lazio, realizzato nel 1906 per l’Esposizione Internazionale del Sempione.

A corollario della mostra saranno esposte delle rare prove di stampa per Christus, poi pubblicate nel volume omonimo di Fausto Salvadori edito in edizione di lusso nel 1932. Due grandi tavole appartenenti a questo nucleo (anch’esso presentato in asta) sono datate 1912 e dimostrano che a quella data Sartorio stava già lavorando al progetto illustrativo (un’altra tavola datata 1914 reca la dedica autografa a Salvadori), in parallelo con quello per il dramma Sibilla. In entrambe le opere Sartorio adottò la stessa tecnica, ossia incisioni a rilievo su zinco che una volta stampate davano l’effetto di xilografie.

Questo procedimento fu ideato dall’artista nei primi anni Dieci perché non abituato a incidere direttamente il legno, ma desiderava ugualmente operare in sintonia con la svolta che la moderna xilografia stava intraprendo anche in Italia sulle pagine de “L’Eroica”, mediante l’adozione di linguaggi sempre più sintetisti ed espressionisti sfociati nella cosiddetta “secessione” dagli eccessi calligrafici del Liberty e dal neo-rinascimentalismo di scuola decarolisiana. La trasposizione a rilievo su zinco con effetto xilografico delle chine delineati a penna consentiva all’artista la semplificazione delle immagini nel rapporto bidimensionale del bianco e nero e la sua passione fotografica contribuiva al nuovo taglio compositivo di molte rappresentazioni, utile a esaltare il carattere drammatico delle scene.

Saranno in mostra anche il volume completo di Sibilla edito da “L’Eroica” nel 1922 e i due fascicoli della rivista spezzina dove comparvero per la prima volta i primi saggi delle illustrazioni (1912-1913). Esposti inoltre acqueforti ed ex libris realizzati dall’artista per Gabriele d’Annunzio e per sé stesso.

Carlo Franza

 

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