Il paesaggio salentino,estremo lembo di Puglia, tra Gagliano del Capo e Leuca, entra così  a far parte del paesaggio artistico e poetico italiano,e se – ha scritto Morisani nella presentazione in catalogo alla Biennale di Venezia del ’56-  “nelle opere più remote Ciardo guarda il paesaggio,  nelle opere ultime Ciardo  è dentro quel paesaggio, lo scopre nei recessi, lo scruta nei profondi silenzi, e soprattutto vi si illumina lui con tutti i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi ideali”.

Il nobile nome del professor Vincenzo Ciardo, illustre docente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, quello che guardando ai pittori francesi  svecchiò la pittura napoletana,  grande amico mio e trait-d’union, con il barone Girolamo Comi poeta,  dell’intellettualità salentina; ebbene ricorre in questo anno duemilaventi, il Cinquantesimo della morte dell’artista (26 settembre 1970), data che voglio ricordare per una commemorazione  del grande artista italiano, che non fu mai capito e benvoluto come artista  nel suo paese di nascita, nonostante oggi se ne vogliano riappropriare come nome illustre del contado.   

Così la descrizione del Salento e della sua terra – il Capo di Leuca- nonostante visse sempre a Napoli,  è uno specchio anche della sua umana visceralità, del suo contagio con l’animo orientaleggiante, della sua vocazione lirica e fantastica controllata anche dall’intelletto, ad avvertire il senso della panicità terrestre. E più scava la sua memoria, in quanto dramma scenico che è la natura salentina, più altamente si condensa il senso malinconico nel tessuto delle opere. Il senso dello scavo crea uno spartiacque fra un primo periodo in cui la natura ha colori che saranno bianchi freddissimi venati d’azzurro cobalto, bianchi ardenti, verdi inteneriti e acidi, bruni decantati, ombre violette, argentei grigi, rossi calcinati; e un periodo  che prende all’incirca i suoi ultimi vent’anni di lavoro, in cui l’abbandono della tradizione romantica della pittura di paesaggio meridionale, apre la meditazione lirica a una accentuazione di gialli  e di viola, come segnale di reconditi sensi e di quiete profonda. Così,non soltanto nel senso dell’invenzione  e della ricreazione della realtà Ciardo ha dato esempio di libertà e di fede, di probità morale come ha rilevato Giulio Carlo Argan, e di fede nell’arte come specchio di moralità d’essere uomo, qual’è stato, votato ad una prova d’amore nell’esprimere non pure teorie, ma una “qualità poetica” dove luce e colore si sono conclusi secondo  la legge dell’universo. Gli studi fatti sull’artista sino ad oggi mi portano ad essere uno dei pochi  storici dell’arte e periti d’arte  italiani abilitati a certificarne l’autenticità delle sue opere. 

Questo nostro omaggio, oggi, nel cinquantesimo  della morte, è segno di rinnovata fiducia in quello che la sua arte volle e vuole indicare ancora, pur tra chiusure ambientali e ritardi culturali in cui egli si misurò; un omaggio alle sue opere  che rimangono testimonianza di una storia, di un’epoca, e di un’artista che ha aperto, finalmente,  la Puglia all’Italia e all’Europa. Ebbi modo nel 2007 di curare nel Palazzo  Ciardo a Gagliano del Capo, dove nacque e dove trascorse le estati scendendo in Salento da Napoli,  la prima  grande mostra antologica, dopo la sua morte, per volontà del  Ministero  dei Beni e delle Attività Culturali, accompagnata da un Catalogo (Verso l’Arte Edizioni, 2007) che segna un riferimento importante per lo studio dell’artista e della sua opera.  

 

Vincenzo Ciardo. E’ nato a Gagliano del Capo il 25 ottobre 1894 da Bruno Ciardo  e da Giulia Resci e morto il 26 settembre 1970. Ha studiato a Urbino con Luigi Scorrano allievo di Domenico Morelli. Dopo la Prima Guerra Mondiale si stabilisce a Napoli. Nel 1940 è chiamato per chiara fama alla Cattedra di Paesaggio all’Accademia di Belle Arti di Napoli,dove insegna fino al 1966. Come la maggior parte degli artisti nati a cavallo tra il 1800 e il nuovo secolo, anche Vincenzo Ciardo lasciò giovanissimo la terra natia per studiare prima a Urbino e poi arrivare a Napoli nel 1920, dopo aver assolto ai suoi obblighi verso la Patria portando a termine il servizio di leva. A Napoli non potè fare altro che immergersi nel clima pittorico in cui la dominante principale era quella dei  tocchi delicati del verismo e del naturalismo, che tuttavia già nel periodo accademico Ciardo viveva come pedanti e monotoni. Studiò con passione De Nittis e ragionò sulla luce, oltre che sulla realtà che andava a riproporre su tela. Paul Cézanne e Pierre Bonnard influenzarono la sua mano e la sua ricerca sul volume, sulla costruzione dei piani nello spazio e sulla prospettiva che gli permise di dare vita ad opere pregne di mozione e poesia. Entrò inoltre nel “Gruppo Flegreo” e quindi del Novecento napoletano, animando insieme ad altri artisti l’ambiente del Quartiere Latino di Napoli. Vincitore dei più importanti premi di Pittura Italiani. Ha esposto più volte alla Quadriennale di Roma,alla Biennale di Venezia e alla Permanente di Milano. Ha tenuto mostre personali nelle più importanti gallerie italiane fin dal 1925 e invitato alle più importanti rassegne d’arte del mondo,da Atene a Tokio,da Barcellona a Monaco. Della sua pittura hanno scritto illustrissimi critici, da Luigi Carluccio a Raffaele  Carrieri, da Carlo Franza  a Giulio Carlo  Argan, da Marco Valsecchi  a Carlo Ludovico Ragghianti, da Enzo Carli a Luciano Anceschi.

Carlo Franza

 

 

 

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