La galleria A arte Invernizzi di Milano, luogo principe di una certa arte italiana e internazionale,  che  muove tra materiali, costruzioni, luci e colori, ospita la mostra “Luoghi misure variazioni”, una personale dell’artista  veneziano  Francesco Candeloro. Mostra aperta, poi chiusa a motivo del Covid 19, oggi riaperta. Dico, finalmente. Forme e immagini, spesso astratte nel ritaglio materiale, lasciano leggere un ispessimento della creatività  mai  libera,  spesso rigorosa. Da qui occorre muoversi  quando si parla di   Francesco Candeloro, l’artista  nato a Venezia nel 1974. La poetica e il percorso di Candeloro è da rintracciarsi nella decostruzione della materialità dell’oggetto di indagine della sua idealizzazione. In sostanza, durante il suo processo creativo, il dato reale viene sottoposto a un lungo slittamento estetico, che lo restituisce nella sua essenza ideale. Essenza ideale che però non può che risiedere più nella mente di Candeloro piuttosto che nell’oggetto d’esame in sé, chiuso nella sua irriducibile enigmaticità.

Spettatore che viene coinvolto anche nei giochi combinatori dei nove libri presenti in mostra. Questi sono costituiti da fogli colorati riportanti delle fessure, le quali possono essere definite come occhi disposti in precise combinazioni. Essi tengono conto delle geometrie dei supporti e delle colorazioni prodotte dai filtri di acetato che l’artista vi sovrappone. I libri hanno una struttura chiusa rettangolare ma, come fossero pagine raccolte in un volume, possono essere squadernati sulla parete consentendo una lettura aperta dell’opera. Nella prima sala del piano superiore sono esposti, nella versione verticale, alcuni skyline in plexiglass di fisionomie di città o sezioni di esse rese nel loro carattere di superficie e contorno – testimonianza di un momento vissuto dall’artista, ma anche visioni di come queste si sono sedimentate nel ricordo e di come lui le ha poi interpretate. Un lavoro da architetto dell’immateriale, come lui stesso si definisce. Proprio qui si verifica quella trasposizione semantica che esalta la percezione dell’osservatore, spinto a osservare e interpretare. Nella seconda sala si trova l’opera Vie di Luci nel Tempo (Beirut) del 2018, attraverso cui Candeloro indaga i molteplici aspetti della realtà con immagini in trasparenza che ampliano la percezione dell’osservatore in un continuo alternarsi di nascondimento e rivelazione, provocando  fortemente i sensi dello spettatore. Al piano inferiore vengono presentati dodici libri costituiti da fogli colorati che riportano delle fessure che possono essere definite come occhi disposti in giochi combinatori che tengono conto delle geometrie dei supporti e delle colorazioni prodotte dai filtri di acetato che l’artista vi sovrappone. I libri hanno una struttura chiusa rettangolare ma, come fossero pagine di un volume, possono svilupparsi sulla parete consentendo una lettura aperta dell’opera e in questa occasione i lavori sono presentati nelle due versioni, aperta e chiusa. Spettatore che viene coinvolto anche nei giochi combinatori dei nove libri presenti in mostra. Nel testo in catalogo,  l’introduzione  del collega  Francesco Tedeschi,  che scrive : “Da una parte la sagoma di un profilo di città si materializza, in una posizione non necessariamente riconoscibile, come ripresa di un luogo altro assorbito nella luce che essa stessa genera nello spazio in cui la sua immagine sintetica e astratta si trova; dall’altra le composizioni a parete alludono a un inoltrarsi in una dimensione nascosta, intima, che si rivela nascondendosi. La superficie, in entrambi i casi, diventa parte di un processo complesso, dal piano al labirinto”. E’ per intero questo lavoro di Candeloro in continuo movimento, porta i suoi lavori a proiettarsi in divenire e mira anche a coinvolgere lo spettatore in una movimentazione stagionale, quasi da novella primavera costruttiva che evolve astrattamente verso una fase invernale. E’ un farsi e disfarsi di materie, luci e colori; cattura il futuro.

Carlo Franza 

 

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