Luciano Ventrone: La vittoria della pittura con de Conciliis, Guccione e Guttuso” è il titolo della mostra, curata da Victoria Noel-Johnson inaugurata  nei Musei di San Salvatore in Lauro a Roma. La mostra è organizzata da “Il Cigno GG Edizioni”. “È la terza tappa di un percorso iniziato al “Mart” di Rovereto spiega Lorenzo Zichichi, presidente de “Il Cigno GG Edizioni”, con la mostra dal titolo “Luciano Ventrone. La grande illusione”, in cui le nature morte di Ventrone erano messe a confronto con Caravaggio e il Maestro di Hartford, proseguita poi alla Fondazione Majorana di Erice con la mostra ” de Chirico e Ventrone. La vittoria della pittura”, un confronto questa volta con de Chirico e la Metafisica; nell’esposizione di Roma, accanto a Ventrone vengono associati i nomi e le opere di grandi artisti che hanno mantenuto vivo il rispetto e la creatività pittorica con la tecnica dell’olio su tela. Furono dei vinti dalle circostanze storiche in cui operarono, con l’imperversare di correnti artistiche che addirittura dileggiavano sia la figurazione sia la tecnica pittorica, ma oggi li possiamo celebrare come degli eroi che non hanno mai svenduto al mercato o alla facile fama la loro tenacia creativa e la tecnica che padroneggiavano”.  

Cesti di fiori, canestri di frutta, uva e foglie di vite, mele, cachi, limoni, arance, mandarini, e poi ancora ciliege, fragole, zucche, funghi, frutta secca, ma anche singoli melograni o angurie a pezzi: un tripudio di colori nelle venti “nature morte” di Ventrone, definito da Federico Zeri il “Caravaggio del XX secolo”, che saranno esposte nei Musei di San Salvatore in Lauro; Non solo. “A Roma – sottolinea ancora Zichichi – sarà effettuata la comparazione con un’altra tematica cara a Ventrone e ai grandi pittori del Novecento: il mare. Il confronto sulle nature morte è adesso con Renato Guttuso ed Ettore de Conciliis, mentre il mare agitato di Ventrone è paragonato alle acque sempre calme di Piero Guccione ed Ettore de Conciliis”.

Le opere di Ventrone sono realizzate per lo più in olio su tecnica mista su tela di lino. “Luciano Ventrone – sottolinea Victoria Noel-Johnson – riesce a “trasformare” ciò che vede in un processo che implica la transustanziazione straordinaria dell’ordinario. Le sue nature morte iperrealiste, in cui frutta, flora e fauna vengono solitamente elette a protagoniste, sono tecnicamente impeccabili. Coadiuvata da immagini fotografiche che fungono contemporaneamente da filtri ottici della realtà oggettiva, la perfetta padronanza tecnica dell’artista facilita la metamorfosi dei soggetti “imperfetti” da lui scelti in illusioni di misteriosa perfezione. La nitidezza quasi fotografica e l’apparente “naturalezza” della composizione mascherano superficialmente il virtuosismo e l’intelligenza di Ventrone, rigorosamente in gioco al di sotto e oltre la tela. Bagnate da un’intensa fonte di luce artificiale, le raffigurazioni dell’artista producono ciò che il critico d’arte Edward lucie-Smith ha descritto in maniera calzante come un’ “intensa esperienza della realtà [che] proietta lo spettatore non solo in una diversa dimensione di esperienza fisica, ma in un mondo diverso di sentire. In sostanza, le nature morte di Ventrone sono oggetti per la contemplazione, e offrono il tipo di passaggio verso gli stati contemplativi che prima erano solo di una pertinenza dell’arte religiosa”. Tra le opere in mostra anche “Solleone”, “Linea di pensiero” e “Mutamenti” di Luciano Ventrone, “Studio per il muro del mare (Libera)”, “La spiaggia e la luna” e il dittico “Pale del Battistero di Santa Maria degli Angeli: L’incontro” e “La spiaggia e la luna” di Piero Guccione, “Il monte Pellegrino a Palermo, la sera” e il dittico “Notturno a Venezia” di Ettore de Conciliis, “Natura morta” del 1962 e “Natura morta” del 1968 di Renato Guttuso.

“L’universo ritratto da de Conciliis è un universo acquatico che si presenta ai nostri occhi non solo sotto le varianti temporali del giorno e della notte, ma anche delle stagioni: dalla melanconia dell’autunno, alla trasparenza dell’inverno, all’esplosione dell’estate – dichiara l’ambasciatore Umberto Vattani, presidente della “Venice International University” -. Delicato è il segno che appare sulla tela, rigorosamente confinata ai limiti dell’acqua, segno mai lasciato alla casualità del gesto. Per il pittore il tema ricorrente non è il fiume o la laguna, ma il riflesso della natura sullo specchio dell’acqua. Il paesaggio, sottratto alla rappresentazione diretta, resta sconosciuto, difficile da leggere perché criptico, misterioso. Vi è una forte tensione tra quello che il Maestro vuole mostrarci e quello che sottrae alla nostra vista. L’obiettivo perseguito è rivelare la profondità della materia sommersa. L’immagine finale è il risultato di uno scavare dentro la propria sensibilità, con l’intento di dare vita a una visione intimista che si manifesta, allo sguardo di chi osserva, con squarci di luce dai toni raffinati e discreti. L’artista crea un immaginario dai colori tenui e soffusi, che sprigionano una miriade di emozioni. Tutto questo è percepibile con i sensi se si seguono le linee tratteggiate, come quando si ascolta una musica di sottofondo. La narrazione nei quadri di Ettore de Conciliis è memoria. La composizione delle immagini e la loro sequenza esercitano una forza d’impatto nel visitatore attonito e meravigliato di fronte a inattese rappresentazioni di un mondo acquatico”.

In mostra anche le tele di Guccione e il suo “azzurro assoluto”, protagonista di cielo e mare. “Nessun artista ha così tenacemente ricercato l’essenza dell’azzurro come Piero Guccione  -dice Vittorio Sgarbi-. Se ne è lasciato permeare con voluttà. L’eternel azur: questa è probabilmente la strada per intendere Piero Guccione, nella sua ostinata concentrazione, in una porzione del mondo fra il cielo e il mare, tra Modica e Scicli. Un azzurro senza limiti, come non si avverte il limite fra il cielo e il mare. E, attraverso questo processo, perde senso la distinzione tra realtà e astrazione. Il cielo è pensiero del cielo. Il cielo è anche sinonimo di Paradiso nella terminologia cristiana, ma esso è, per Guccione, il tema estremo. Nella sua lunga ricerca, ogni soggetto rimanda a un altro da sé, a un sé profondo, puro: il fiore non è quel fiore da cui pure l’esperienza visiva parte, ma è l’essenza del fiore. Così come l’interno di una stanza evoca la memoria di episodi, emozioni, situazioni, sentimenti, nelle stagioni di una vita, attraversata da pochi eventi esterni, ma da molti tumulti interiori. Guccione ha realizzato con gli occhi la condizione folgorata da Ungaretti: «M’illumino d’immenso». Ma dipingendo questa realtà così assoluta e pura, Guccione ha descritto, con incontenibile aspirazione alla perfezione, stati d’animo. Un processo mistico, quanto immanente”.

 Carlo Franza

 

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