Franco Manzoni illustre poeta e saggista non finisce mai di lasciarsi scoprire sempre nuovo e prezioso, per gli scritti che ci sottopone e oggi eccone uno portato a termine unitamente a un suo allievo, Marco Sbrana. Si tratta di “Soffrente scriba. D’Annunzio e il suo Notturno” (pp. 71, prefazione di Emilio Zucchi, Algra editore, Viagrande/Catania, Euro 10). I due saggisti, Franco Manzoni e Marco Sbrana suo allievo,   hanno qui messo in evidenza come D’annunzio sommo poeta, unico  e ancor più sommo,  descrive,  comprende e  porta a evidenza  il senso universalmente esperibile  dell’incolore quotidianità, delle insensate abitudini, del grigiore della noia, del dolore che avvolge l’umano,  e maggiormente qui l’angosciante oscurità  della disperazione, della crepuscolare tristezza, dell’andirivieni di vita e morte  e dei vuoti che contestualizzano l’esistenza, degli addii  che  movimentano il cuore in fibrillazione  e rodono la felicità e l’amore, della malinconica e nostalgica peregrinatio  nel tempo.  Si legge in “Notturno”: “Scruto in tutta la mia attitudine/ la rigidità di uno scriba egizio/ scolpito nel basalto”. Domanda e attestazione dell’io e del suo divenire. Parole che lasciano scoprire i modi con i quali ciascuno di noi trattenendo la domanda, le volge lo sguardo, la circonda, ponendosi rispetto ad essa con la propria formazione individuale. Basta ricordare con Maurice Blanchot che l’arte è “un cammino verso sè stessi”. Così è stato per D’Annunzio e il suo “Notturno”.

Il saggio di Manzoni-Sbrana analizza Notturno quale opera di rottura nella produzione di D’Annunzio, generata dal trauma dell’incidente aereo del 1916 e dalla temporanea cecità, che in principio si temeva totale. La condizione d’immobilità e buio impose allo scrittore una sorta di stato depressivo, un confronto diretto con il corpo ferito, la paura e il rischio della follia, dando origine a una scrittura di eccelsa prosa poetica frammentaria, dove vita e opera coincidono senza più sublimazioni eroiche. Il primo nucleo tematico riguarda il dolore come origine del capolavoro: caduto il mito del Vate, emerge una persona vulnerabile che usa la letteratura a mo’ di resistenza. Il capitolo sulla musica individua Notturno nel suo aspetto di prosa lirica e impressionistica. Seguono le sezioni dedicate al corpo, alla morte e ai compagni di guerra, in cui il superomismo viene annullato dall’umanissimo processo di una esistenza, segnata ora da precarietà, perdita, fragilità, addii, vuoto. La madre è figura legata all’occulto desiderio di regressione (“E’ mia madre, è mia madre, è mia madre che s’appiglia alle mie ossa, si rivoltola nel mio buio, si rifà carne della mia carne, peso del mio calvario…”), mentre la figlia Renata, la Sirenetta, è il dispositivo che rende possibile la scrittura stessa dell’opera. Notturno appare così quale canto del disfacimento e, insieme, ultimo atto di volontà espressiva, ove l’eroismo si trasforma definitivamente in autentica umanità.Notturno” fu composto nel 1916 a Venezia, quando D’Annunzio rimase temporaneamente cieco e immobilizzato a causa di un grave incidente aereo durante una missione su Trieste. Il poeta batté la tempia contro la mitragliatrice di prua, perdendo l’uso dell’occhio destro e rischiando anche quello sinistro. Per tre mesi fu costretto a letto, al buio, assistito dalla figlia Renata, che lo aiutò a scrivere l’opera su circa diecimila sottili strisce di carta, una riga per ciascuna, utilizzando un lapis scorrevole senza poter vedere il testo. Successivamente, le strisce furono raccolte e ordinate dalla figlia, permettendo la pubblicazione definitiva nel 1921, dopo una prima edizione incompleta del 1916.  L’opera è suddivisa in tre parti chiamate “Offerte” e si conclude con un’“Annotazione finale”. La struttura è frammentaria e il linguaggio è essenziale, lontano dalle consuete esuberanze stilistiche dannunziane. Non segue una trama lineare, ma si compone di meditazioni, ricordi e sensazioni del poeta durante il periodo di cecità, creando un effetto di introspezione profonda e di visione interiore. 

“Notturno” affronta temi di malinconia, perdita e consapevolezza della morte, riflettendo sul dolore personale, la solitudine e l’impossibilità di muoversi liberamente.   L’opera supera temporaneamente la tensione superomistica tipica di D’Annunzio, concentrandosi su un bilancio della propria vita e sulla meditazione esistenziale. La malattia e la cecità diventano metafore della condizione umana e della morte, mentre il poeta si trasforma in un “cieco veggente”, capace di vedere attraverso la memoria e l’immaginazione.

“Notturno” movimenta la fase più riflessiva, introspettiva  e meditativa dell’intera produzione dannunziana, definita comunemente “notturna”. L’opera è un capolavoro, un capolavoro per la sua profondità psicologica e per la capacità di trasformare l’esperienza del dolore in introspezione poetica; ci viene descritta in questo saggio a due mani, come il possibile ritorno alla propria essenzialità esistenziale.  La scrittura, pur tra le tante difficoltà fisiche, diventa un mezzo di sopravvivenza spirituale e di esplorazione interiore. “Notturno” è un’opera unica nella produzione dannunziana, che lega esperienza personale, riflessione sulla vita e sulla morte, e innovazione stilistica, offrendo un quadro d’insieme forte, vivo, intenso e soprattutto meditativo della condizione umana.

Carlo Franza

 

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