Eugene Berman. Modern Classic” è la più importante mostra monografica sulla vita e l’opera di Berman mai realizzata e visitabile al MART  fino al 1 marzo 2026.
Grazie anche al fondamentale coinvolgimento di alcuni tra i collezionisti internazionali più attenti, la mostra presenta una sintesi completa del suo percorso di artista e attraversa le tre fasi principali della sua carriera, trascorsa a Parigi (anni Venti e primi anni Trenta), negli Stati Uniti (dal 1935 al 1957) e a Roma (dal 1958 al 1972). Oltre 100 dipinti, accompagnati da un pari numero di carte, un cospicuo insieme di reperti archeologici e antichità dalle collezioni dell’autore, documenti, taccuini e fotografie d’archivio permettono di scoprire quell’incredibile miscela di realtà e poesia, di verosimiglianza e visione immaginaria, di passato e modernità che costituisce il tratto caratteristico dell’opera di Eugene Berman.

Il percorso espositivo segue un andamento cronologico, intervallato da due affondi di contesto e di approfondimento.

Il primo è dedicato al gruppo dei neo-romantici, una variante sentimentale e nostalgica del Surrealismo francese (l’origine del gruppo si deve al critico Waldemar George, di cui il MART conserva il ritratto a firma di Andrea Savinio). All’interno del gruppo, Berman condivide temi e stile con il fratello Leonid e con artisti come Christian Bérard e Pavel Tchelitchew).

Il secondo affondo segue invece le vicende di Berman a Roma. A cavallo tra gli anni Quarata e Cinquanta Berman è in contatto con una serie di artisti legati dall’interesse per l’arte visionaria e citazionista. Tra questi Corrado Cagli, che introduce la prima mostra di Berman alla galleria L’Obelisco nel 1949, ma anche Alberto Savinio, Fabrizio Clerici e Leonor Fini, (negli ultimi anni tra i protagonisti di fortunate mostre del Mart) Carlye Bro e Piero Fornasetti.

Modern Classic ripercorre l’intero arco creativo dell’artista, tra la modernità maturata negli anni parigini a contatto con le ricerche post-impressioniste dei Nabis, la scena surrealista internazionale europea e americana e la classicità approfondita in Italia. Proprio per il nostro paese Berman coltiva una vera e propria passione elettiva, a partire da una rivisitazione del tema del “viaggio in Italia” che affonda le sue radici nei viaggi di intellettuali e artisti del XVII secolo, nei Grand Tour del XIX secolo, nelle memorie di Stendhal e di Goethe. Come molti neo-romantici, Berman subisce il fascino dell’Italia, ne studia con passione e attenzione i periodi più influenti, dalla classicità al Barocco passando ovviamente per il Rinascimento, e frequenta a più riprese città e luoghi di cultura. Sulle tele, nelle illustrazioni e nei lavori per il teatro, guarda ai resoconti di viaggio, alle architetture italiane, alle esperienze dei “grandi”, dando vita a un diario visivo onirico, in cui l’esperienza del presente si mescola con i richiami alla tradizione  artistica e letteraria.
In Italia Berman ha anche modo di ammirare e studiare le opere di Giorgio de Chirico, padre del recupero dell’antichità all’interno di una lingua che mantiene forti connessioni con la modernità. La mostra restituisce la poliedricità del talento di Berman, presentando una ricca documentazione della sua attività per il teatro, l’opera lirica, il balletto.
Berman, infatti, non fu solo pittore ma anche scenografo, costumista, illustratore; lavorò per il Metropolitan Opera di New York, per il New York Broadway Theatre, per i Ballets Russes di Montecarlo, per il Teatro La Scala di Milano, per l’Accademia Filarmonica di Roma e per il New York City Centre. Tra le messe in scena di maggiore successo per il Metropolitan Opera di New York: Romeo and Juliet di Antony Tudor (1943) e il Don Giovanni di Mozart di Rudolf Bing (1957).

Arricchiscono il percorso espositivo alcune raccolte di disegni, illustrazioni, grafiche editoriali realizzate per riviste come Town&Country, Vogue America, Life, oltre che programmi di sala e cataloghi.

La mostra rappresenta anche l’occasione per esporre parte della vasta raccolta di materiali appartenuti a Eugene Berman: oggetti, antichità e reperti archeologici provenienti da collezioni private internazionali e dai fondi dello Stato Italiano.

Il Fondo custodito dalla Direzione regionale Musei nazionali Lazio presso il Forte Sangallo di Civita Castellana conserva quadri, disegni, album e taccuini insieme alla ricchissima collezione archeologica ed etnografica di reperti etruschi, villanoviani, greci, romani, precolombiani, egizi rinvenuti nell’appartamento romano di Berman, situato all’interno di Palazzo Doria Pamphili. Di questo gruppo eterogeneo fa parte un nucleo di opere e antichità collezionate dallo stesso Berman e generosamente prestate al Mart.

Dall’American Academy in Rome proviene, invece, una selezione dell’imponente archivio fotografico di Berman che comprende principalmente fotografie di viaggio scattate in Messico, Egitto, Libia oltre che in diversi siti italiani: Roma, Costiera Amalfitana, Sicilia, Verona, Venezia, etc. Al Mart gli scatti di Berman dialogano con una preziosa selezione di materiali fotografici e album che costituisce un vero e proprio atlante della memoria. Ne fanno parte immagini realizzate da affermati autori coevi (come Henri Cartier-Bresson, Helen Levitt, Charles Henri Ford, Herbert List, Robert Emmett Bright), istantanee prodotte da ditte storiche specializzate nella riproduzione d’arte (Alinari, Brogi, Böhm e altri), cartoline e ritagli di giornale.

Eugene Berman (San Pietroburgo, 1899 – Roma, 1972), dopo essere fuggito da San Pietroburgo con la famiglia a causa della rivoluzione bolscevica, studia pittura a Parigi e nel corso degli anni Venti e Trenta viaggia spesso in Italia. Durante la Seconda guerra mondiale si stabilisce negli Stati Uniti, dove si afferma anche come scenografo, costumista, illustratore e grafico, celebrato da importanti esposizioni, tra cui quella dedicata al suo lavoro per il teatro presso il Museum of Modern Art di New York, nel 1947. Nel 1958 giunge in Italia come artista residente presso l’Accademia Americana a Roma, ricongiungendosi con il Paese che era stato, fin dall’inizio, fonte di ispirazione primaria della sua arte. Qui vive fino alla sua morte, nel 1972, circondato da una collezione di antichità, ceramiche precolombiane, maschere africane, tessuti peruviani e copti e altri oggetti rari.

Carlo Franza

 

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