“Il Ritratto di Maffeo Barberini” è un dipinto a olio su tela (124 x 90 cm) attribuito a Michelangelo Merisi detto il Caravaggio dal grande storico dell’arte Roberto Longhi nel 1963 (Roberto Longhi, Il vero “Maffeo Barberini” del Caravaggio, in Paragone. Arte, n. 14, 1963, pp. 3-11), realizzato tra il 1599 e il 1603 circa. Dal marzo 2026 l’opera è di proprietà dello Stato italiano assegnata stabilmente alle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Palazzo Barberini in Roma. Considerato un caposaldo della ritrattistica moderna, il dipinto è uno dei rarissimi ritratti autografi del Merisi sopravvissuti, facente parte di un ristrettissimo gruppo di soli tre esemplari certi nel corpus del pittore.

Lo Stato Italiano ha appena portato a termine uno degli investimenti più rilevanti mai sostenuti per l’acquisto di un’opera d’arte dall’incredibile valore storico: ha acquistato l’opera di Caravaggio, il Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini. Come rivelato in un comunicato stampa ufficiale condiviso sul sito del Ministero della Cultura, ieri, alla presenza del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, del Direttore generale Musei Massimo Osanna, del Direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma Thomas Clement Salomon e del notaio Luca Amato è stato firmato l’atto di acquisto del dipinto per 30 milioni di euro.  Vi sembra una cifra esosa? No, non lo è affatto. L’opera entrerà a parte del patrimonio dello Stato e verrà esposta stabilmente all’interno delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Palazzo Barberini, a Roma. Il Ritratto di Maffeo Barberini è un dipinto a olio su tela attribuito a Caravaggio raffigura l’allora futuro papa Urbano VIII in un momento chiave della sua carriera: all’epoca aveva circa 30 anni ed era chierico della Camera Apostolica, non sapendo che di lì a poco sarebbe diventato non solo pontefice ma anche uno dei massimi mecenati della Roma Barocca. Nel ritratto Maffeo Barberini appare seduto a tre quarti, ha il volto illuminato e concentrato con gli occhi rivolti verso l’osservatore. Nella mano sinistra stringe una lettera piegata, mentre con la destra sembra dirigersi verso un interlocutore, dando vita a un gesto che dona dinamicità all’immagine. Tra la luce radente sul volto e la pennellata sull’iride che fissa il riflesso, due elementi simbolo della pittura del Caravaggio, l’opera trasmette vitalità e intensità.

Dove sarà esposto il ritratto realizzato da Caravaggio? E quale il motivo per cui il ritratto di Maffeo Barberini è tanto prezioso? Si tratta di uno dei rarissimi ritratti sopravvissuti realizzati da Caravaggio, nonché di una fonte d’ispirazione della ritrattistica moderna. L’artista, infatti, fu il primo a sostituire la “mera somiglianza” con la realtà, trasformando il soggetto in una presenza viva più che in una figura storica. Per decenni l’opera firmata da Caravaggio era rimasta in una collezione privata -ne era proprietaria una galleria-, poi è stata esposta per la prima volta al pubblico nelle sale di Palazzo Barberini tra novembre 2024 e 2025 (faceva parte della grande mostra Caravaggio 2025). Da allora è finita al centro di una trattativa durata oltre un anno tra il Ministero della Cultura e i proprietari privati. Ora è finalmente arrivata l’acquisizione da parte dello Stato Italiano, evento che donerà ulteriore prestigio alle Gallerie Nazionali di Arte Antica. A Palazzo Barberini, infatti, il dipinto “dialogherà” con le altre opere del Caravaggio, prima tra tutte Giuditta che decapita Oloferne (acquisita nel 1971).

Storia. Il dipinto ritrae Maffeo Berberini (1568-1644) all’età di circa trent’anni, nel periodo in cui ricopriva la carica di chierico della Camera Apostolica (carica ottenuta nel marzo 1598). L’opera restituisce una fase cruciale della sua ascesa al potere nella curia romana: Barberini, che diverrà uno dei massimi mecenati della Roma barocca appare qui come una figura austera, vigile e già consapevole del proprio ruolo. La committenza è supportata dalle testimonianze dei biografi coevi Giulio Mancini e Giovanni Pietro Bellori, i quali confermarono l’esecuzione di ritratti per la famiglia Berberini   da parte di Caravaggio.

L’opera fu identificata e attribuita a Caravaggio da Roberto Longhi nel 1963, precedentemente, il dipinto venne individuato dal collega Giuliano Briganti; l’autografia fu confermata anche da Federico Zeri che ne tracciò la provenienza dal mercato antiquario romano (Collezione Sestieri) intorno al 1935, periodo della dispersione della Collezione Barberini. Dopo decenni di permanenza in una collezione privata, la critica internazionale ne ha confermato unanimemente l’attribuzione durante la mostra Caravaggio 2025, tenutasi a Roma. Dopo essere stato esposto per la prima volta al pubblico tra il novembre 2024 e il luglio 2025, il dipinto è stato al centro di una trattativa durata oltre un anno tra il Ministero della Cultura e i proprietari privati. Il 10 marzo 2026, il Ministro della Cultura ha annunciato l’acquisto ufficiale da parte dello Stato Italiano dell’opera per la cifra di 30 milioni di euro.

Descrizione. Il ritratto è stato descritto in modo accademico da Roberto Longhi come un momento fondativo della ritrattistica moderna, capace di sostituire la “mera somiglianza” con una “realtà atteggiata” e psicologica. L’impostazione è stata definita dalla critica “quasi contemporanea”, restituendo la sensazione di una presenza viva più che di una figura storica.

La figura del prelato emerge con forza dalla penombra grazie alla caratteristica luce radente di Caravaggio, che modella le carni con un’estrema densità luminosa e mette in risalto un volto segnato da una concentrazione sospesa tra introspezione e ambizione. Gli occhi, resi vividi da un leggero strabismo, puntano direttamente verso l’osservatore, mentre le labbra appaiono serrate ma prive di rigidità, contribuendo a un’espressione di vigile impazienza. Il monsignore è raffigurato seduto di tre quarti su una poltrona disposta diagonalmente, indossando una berretta e una veste talare dalle tonalità verdi. Il dinamismo della composizione è enfatizzato dal contrasto tra le mani: mentre la sinistra stringe con energia una lettera piegata, la destra compie un gesto improvviso, descritto da Longhi come “sospeso e rotante”, che sembra dirigersi verso un interlocutore invisibile posto al di fuori dello spazio pittorico. In primo piano, un rotolo di documenti chiuso da un cordone di velluto funge da fulcro prospettico, guidando l’occhio dell’osservatore attraverso la complessa costruzione narrativa e spaziale dell’opera. La gamma cromatica è giocata su una “sinfonia di verdi” (sia il verde metallico che il verde oliva). Caravaggio utilizza una tecnica specifica per lo sguardo, applicando una piccola pennellata -una virgola- di biacca sull’iride per fissare il riflesso della luce e dare intensità vitale al personaggio. Dalle analisi tecniche è emersa l’assenza di cinabro nell’incarnato, sostituito da terre e bianco di piombo. L’opera, dunque, è un caposaldo della ritrattistica moderna.

Carlo Franza

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