Luigi Conconi è l’artista del Quadro del Mese allo Studio Bolzani di Milano. “Fante di fiori-Spada” Due acqueforti in folium, capolavoro pregevole di Scuola Scapigliata.
La storica galleria STUDIO BOLZANI di Milano con i suoi cento anni e più) di attività (celebrati nel 2022) e attivissima sul versante dell’arte moderna e contemporanea, ci propone l’iniziativa per il 2025 de “IL QUADRO DEL MESE”. Sicchè nelle sue vetrine in Galleria Strasburgo a ridosso di Piazza San Babila troveremo ogni mese un dipinto di eccezionale valore e di un
artista di chiara fama. Per marzo 2025 è la volta di un raro e pregevole foglio di grafica di Luigi Conconi (Milano 1852 – Milano 1917), artista di spiccata nomea appartenente alla Scuola Scapigliata milanese, e i Bolzani da sempre si sono interessati di numerosi pittori con dipinti, disegni e grafica di questa scuola regionale che ha conquistato il mondo italiano ed europeo.
L’opera esposta allo Studio Bolzani in questo marzo 2025 ha un doppio titolo “Fante di fiori” e “Spada”, in quanto riprodotte sul folium, il primo in alto in verticale, il secondo in basso in orizzontale; il soggetto “spada” è da considerarsi nato come possibile idea per il proprio biglietto da visita. Il foglio a mio avviso, nonostante la collega Anna Maria Brizio lo dati 1884 circa, con più precisione va invece datato non prima del 1885, proprio perchè stampato nello Studio di Via San Paolo 10 a Milano, visto che il Conconi qui si stabilì nel 1885. Ecco i dati precisi. Oggetto stampa; Autore Conconi, Luigi (incisore); Titolo [Fante di fiori- Spada]; Datazione 1885; Materia e tecnica acquaforte, monotipo per ambedue; Misure foglio carta cm. 62×47(fante di fiori 197x123mm – spada 55×108 mm); Note sull’immagine Esemplare di stato unico. Notizie storico-critiche Ottima impressione stampata con segno forte e brillante su carta. Grandi margini, ottima conservazione. Bibliografia A. Mezzetti, L’acquaforte lombarda nella seconda metà dell’800, Milano 1935; Scheda descrittiva completa in M. Bianchi, G. Ginex, Luigi Conconi incisore, catalogo mostra, Federico Morra editore Milano 1994.
Fra le personalità artistiche del secondo Ottocento spicca anche quella di Luigi Conconi (1852-1917), poliedrico esponente della seconda generazione degli Scapigliati ma anche unico artista che ha tradotto con le tecniche incisorie, in un’epoca in cui queste erano un mezzo espressivo molto poco praticato in Italia, la vaporosità della pennellata e la sfocatura o illimpidezza della forma che caratterizzavano la pittura scapigliata. Luigi Conconi va ricordato sia per la bravura che per le novità tecniche ed espressive introdotte nell’incisione all’acquaforte, tali da inserirlo a pieno titolo fra i più importanti incisori italiani.
Gran parte della sua produzione di fogli incisi fu regalata da Conconi all’amico scrittore Carlo Pisani Dossi, con il quale condivideva il gusto per il romanzo gotico e per il macabro, oltre che la passione per stranezze e curiosità (animali impagliati, reperti archeologici, mirabilia). Ognuno dei due aveva raccolto e collezionato in una specie di wunderkammer ottocentesca oggetti tra i più vari e strani, ora la collezione di Dossi è ancora esistente nella sua dimora nobiliare a Corbetta; di quella di Conconi, invece, raccolta nel suo stravagante studio atelier nel Palazzo Spinola di via San Paolo, possiamo farcene solo un’idea leggendo ancora l’articolo di Martinelli e guardando le foto scattate da Emilio Sommariva nel 1918 (dal sito http://www.lombardiabeniculturali). Così Martinelli :“Dal soffitto pendono pipistrelli morti polverosi e secchi; sui muri, sugli stipiti delle porte si disegnano paurose e ghignanti le mummie di gatti e di puzzole disseccate sui tetti; lungo le pareti, su tavoli pelli di lucertola, ramarri, sorci, rane, insieme a teschi funebremente bianchi, civettoni, gufi e negli angoli i più strani ghiribizzi che mania di collettore abbia potuto accumulare nelle ricerche delle tombe etrusche e negli scavi preistorici … Un orologio col quadrante dipinto a teschi e coi pesi a foggia di osso di morto e di mummia di pipistrello è stato poi riprodotto in una delle sue acqueforti”.
Conconi coltivò l’attività incisoria in parallelo con quella pittorica, temi e soggetti cari alla pittura scapigliata, come i ritratti, maschili e femminili, riguardanti la propria ristretta cerchia di amicizie, sono resi secondo modalità che non sono solo descrittive ma rispondono ad un intento emotivo ancora romantico e con una carica psicologica forte, toccante. Il tocco pittorico viene tradotto all’acquaforte in segni evanescenti, la morbida sfocatura dei contorni viene resa anche attraverso una particolare inchiostrazione della lastra.
E veniamo alla tecnica grafica. Si tratta di quello che viene tecnicamente chiamato il monotipo: la lastra è incisa in parte all’acquaforte, ma gli effetti sfumati o i chiaro-scuri sono realizzati con l’inchiostro direttamente sulla lastra. Come indica il termine, dal monotipo è possibile ottenere solo un esemplare stampato, perché l’inchiostro applicato sulla superficie della lastra viene immediatamente assorbito dal foglio durante la stampa. Per Conconi quindi l’incisione su rame con le morsure era spesso solo una base da completare poi pittoricamente nella fase di inchiostrazione. Come spiega Liliana Menta (in Luigi Conconi incisore, edito da Federico Motta, 1994): “Durante la fase di inchiostrazione della matrice stendeva l’inchiostro sulla lastra come se l’uno fosse il pigmento e l’altra la tela. Da un certo momento della sua carriera, dal 1878 secondo Luca Beltrami, ha fuso la disciplina pittorica e quella grafica. Perché l’immagine risultasse chiaramente leggibile, era necessario che, per ogni tiratura, i segni incisi sulla lastra fossero completati con l’inchiostrazione a monotipo. Quando i soli strumenti non garantivano l’effetto ricercato, interveniva direttamente con le dita, come rilevano le impronte digitali visibili su alcuni esemplari”. La firma su molti dei suoi monotipi – bella e inconfondibile – non è incisa, bensì realizzata asportando l’inchiostro fresco. Proprio per l’importanza dell’inchiostrazione, Conconi eseguiva personalmente la stampa dei suoi rami: nello studio di via San Paolo aveva il grande e antico torchio lasciatogli dalla Famiglia Artistica, della quale era stato socio fin dal 1881, quando aveva partecipato attivamente alla “Indisposizione Artistica”, una sorta di burlesca e irriverente risposta in prima persona all’ufficialissima Esposizione Nazionale Milanese dello stesso anno.
Opera rara e di eccezionale valore grafico e collezionistico, ritengo fra le più belle e significative di Conconi anche per il fatto che nel folium vi sono impresse due immagini, cosa piuttosto rara (ricordo un altro folium con due immagini che ha per titolo Cenerentola). Soggetto particolare, rimanda a immagine medioevale.
“Luigi Conconi (Milano, 1852 – 1917. Nato a Milano nel 1852, Luigi Conconi si laurea al Politecnico mentre nel contempo studia all’Accademia di Brera, dove conosce Guido Pisani Dossi e Luca Beltrami, coi quali coltiva una profonda amicizia. Terminati gli studi entra in contatto con alcuni artisti “scapigliati”, tra i quali Daniele Ranzoni e Luigi Cremona (fratello di Tranquillo, che verosimilmente ha fatto da tramite tra il familiare e il Conconi), che lo avvicinano allo stile proprio della loro “scuola”. Inconfondibili sono quelle peculiarità che hanno fatto degli scapigliati dei veri e propri innovatori nella seconda metà dell’Ottocento: si possono infatti notare, anche nelle opere del giovane Conconi, i contorni indefiniti dei personaggi, l’analisi quasi psicologica di quest’ultimi e il trattamento “annebbiato” dello sfondo, che si fonde quasi con la figura dipinta e concentra maggiormente l’attenzione dello spettatore sul volto del soggetto ritratto (Ragazzi in giardino, 1879). Un semplice accostamento tra alcuni ritratti del Conconi (Ritratto della signora Torelli, Ritratto di Ada Valdata, oppure Ritratto di Primo Levi) e opere di Tranquillo Cremona (I due cugini), o tra paesaggi del Nostro (Villa in giardino) e vedute del Ranzoni (Ascona vista dalle isole di Saint-Léger), puó dimostr
are in modo soddisfacente il debito artistico di Conconi nei confronti di questi maestri.
Nonostante l’importante ruolo avuto nella pittura italiana tra secondo Ottocento e primo Novecento (vince alcuni concorsi di pittura, tra i quali il Premio Broggi, nel 1881, e medaglie d’oro a Parigi, nel 1900, e a Monaco, nel 1913), Luigi Conconi non puó essere ricordato solamente per riconoscimenti ricevuti in questo settore artistico: infatti è anche architetto, illustratore ed incisore. Nel primo campo si segnala per la realizzazione di Villa Dossi a Como e per la facciata di Palazzo Turati a Milano, nonché per i progetti (mai realizzati) per la sistemazione del Foro Bonaparte a Milano e per il Monumento a Vittorio Emanuele a Roma. Come illustratore di distingue per le vignette satiriche disegnate per il “Guerin Meschino”, un giornale fondato nel 1882 dallo stesso Conconi in collaborazione con Dossi, Borghi e Beltrami, mentre qualche anno piú tardi collabora alla rivista “Riforma”, che gli permette di affinarsi come grafico e illustratore politico. Per quanto concerne l’attività incisoria, già nel 1877 è presente al salone di Parigi con un’acquaforte riproducente una veduta del cortile di Palazzo Marino; tra le altre incisioni note si ricorda La casa del mago, eseguita intorno al 1880, mentre nel 1916 riceve un particolare riconoscimento alla mostra londinese dell’Associazione degli incisori e acquafortisti italiani.
Notevole importanza, per la comprensione dell’uomo-Conconi, occupa lo studio di via San Paolo 10 a Milano: trasferitosi in questo palazzo verso il 1885 (dopo aver condiviso un altro studio con Gaetano Previati, dal quale non rimase peró stilisticamente affascinato), col trascorrere degli anni l’artista lo trasforma in un vero e proprio museo della Scapigliatura. «In queste stanze il Conconi aveva raccolto tutto quanto l’estroso e bizzarro gusto del tempo poteva colpire la sua immaginazione, che al tempo s’adeguava senza posa. C’era, negli scapigliati, un piacere un po’ ironico un po’ convinto del macabro, dell’orrido, del grottesco malinconico, piacere che stranamente si accompagnava alla bonarietà del carattere ed a certi impeti d’allegria che parevano come il sale delle fedeli e numerose amicizie […]. Il senso della morte e della distruzione è ovunque» (G.B. Angeletti). E proprio questo senso del macabro e del misterioso, reso tramite toni cupi e tetri, riecheggia in alcune sue opere eseguite dalla fine dell’Ottocento (Variazioni sulla Mezzanotte, 1909), talvolta alternate a visioni piú luminose e meno opprimenti. Nel 1896 acquista una parte del Chiostro di Voltorre (in provincia di Varese), che adibisce a casa e a studio; l’anno seguente prende in moglie Eugenia Dal Co, con la quale trascorre nella località varesina, sulle rive del lago di Gavirate, la stagione calda. Attivo politicamente, tra il 1899 e il 1904 è membro del Consiglio Comunale di Milano, compito che affronta sempre accompagnato dalla sua verve satirica, che non abbandonerà mai neanche col trascorrere degli anni: nel 1913, infatti, dopo che la Sovrintendenza gli impedisce il restauro del suo chiostro, crollato a seguito di un incendio, il Conconi dà vita all’ironica incisione Ai benemeriti per la conservazione del Chiostro di Voltorre. Muore a Milano nel 1917, in seguito ad una lunga malattia” ( Mirko Moizi – Storico dell’Arte- Università della Svizzera Italiana).
Carlo Franza