Recentemente Bruno Mangiaterra ha disseminato la sua arte in mostre prestigiosissime, dalla Casa Museo Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado nelle Marche al Circolo degli Esteri di Roma, ora è la volta di Torino con una personale dal titolo “tra indivisibile e dicibile” alla CSM Farm Gallery, visitabile fino al 20 giugno 2026; e sempre a Torino, contemporaneamente un “incontro” a due Mangiaterra-Bersezio nell’Atelier Bersezio. Ma quando si parla di Mangiaterra pur tralasciando valenze di collegamento con artisti europei e internazionali che non servono a dargli più luce, il suo apprendimento e la sua partenza è nell’Accademia di Belle Arti di Urbino.  “Una scuola”, un gruppo di artisti che seguivano lo stesso stile o almeno una poetica di confine, e che hanno condiviso gli stessi insegnanti (tra i vari docenti figurano Concetto Pozzati, Pierpaolo Calzolari, Alberto Boatto, Renato Bruscaglia, Rodolfo Aricò, Massimo Dolcini, Roberto Sanesi, Mario Ceroli) e avevano   gli stessi obiettivi. Tutto parte dall’Accademia di Urbino costituita nel 1967, dapprima guidata da Bruscaglia e poi da Concetto Pozzati che, nel 1972, asseriva: “Il nostro comune sforzo è di stimolare e costruire, di volta in volta uno spazio interdisciplinare […] in modo da contribuire alla formazione dell’artista inteso come tecnico-professionista e come ‘intellettuale’”. Una formidabile occasione di ampio respiro sul fronte del rinnovamento formativo nelle discipline dell’arte. L’itinerario artistico, di impianto concettuale fin dagli anni Settanta del Novecento, che ha caratterizzato un artista come Bruno Mangiaterra, ha trovato legittimazione in un linguaggio pittorico e un assemblaggio poverista affidato alla poesia e al pensiero. Linguaggio profondo, radicale ed elementare insieme, iniziale, armonioso, che via via è sembrato vibrare infinitamente in tutta la sua estensione.  Diventata arte, il suo rapporto con la filosofia è apparso ossessivo, e se egli stesso difende in forme diverse la sua idea, una filosofia di rimando procede attingendo al primordio della natura. Tutto diventa corpo, materia, aria, luce, movimento, filosofia delle origini, nostalgia dell’unità. Teleri e installazioni sono fenomeni mirabili e unici, e nell’afferrare l’idea Bruno Mangiaterra sente le palpitazioni dello spirito tra dissidio e inseparabilità, che ritmano la cultura occidentale fino all’epoca attuale. La sua arte è una metafora continua che porta alla luce l’enigmatico, il brillare del bello sorprendente e misterioso. L’artista con la sua tecnica costruttiva che appartiene alla più alta espressione dell’umanesimo, insegue il partito preso delle cose, il tempo favoloso della scoperta del mondo -l’infanzia del mondo- che attinge la sua chiarità al silenzio nudo del pensiero, e si dà corpo in un mormorio che si fa respiro, ritmo e poi silenzio di nuovo.

Scrive nel testo Gianfranco Ferlisi: “Il lavoro di Mangiaterra, progressivamente con sempre maggiore consapevolezza, si concentra sulle relazioni tra i linguaggi: pittura, parola, spazio e azione s’intrecciano in una pratica diffusiva, che assume e rielabora strutture eterogenee – architettoniche, psicologiche, teatrali – secondo un procedimento oscillante tra progetto e deriva. È in questo spazio intermedio, in questa dimensione generativa, che si manifesta quella poésie des non-lieux in cui l’opera prende forma come evento contingente, instabile, irripetibile. È proprio in questo punto di tensione – tra il silenzio della materia e la densità del linguaggio – che la poetica di Mangiaterra rivela una dimensione ulteriore, spesso non dichiarata ma costitutiva: una forma di sacralità implicita”.

Aggiungerei che, in quest’ultimo periodo, con l’utilizzo della scrittura, che brilla e si accende in corsivo, e si commistiona ai materiali poveri che investono la magia dei racconti, Mangiaterra rasenta la poesia visiva, o meglio la “poesia visuale”, declinando un nuovo percorso dove l’azione fisica sulla materia, o sulle materie, libera l’anima delle cose rivolgendo l’attenzione non all’opera finita, ma al processo artistico.

Carlo Franza

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