Un libro, un romanzo realista, capace di tradursi in un testo di analisi sociale; è quanto appare in “La scialletta rossa” di Maria Francesca Mariano, (Santelli editore, pp. 218, 2022, Euro 14,24) un magistrato del Tribunale di Lecce che da anni si cimenta con lo scrivere testi che catturano il lettore colto. Il testo si connatura nel prosieguo del verismo italiano di fine Ottocento, e soprattutto nel fatto che, nella narrativa, gli scrittori veristi si richiamano esplicitamente al naturalismo francese. Famosi scrittori veristi furono anche Federico De Roberto (1861-1927), Matilde Serao (1856-1927), Grazia Deledda (1871-1936) i tre che maggiormente mi hanno richiamato le pagine di Maria Francesca Mariano. Senza dimenticare che il carattere distintivo del verismo italiano rispetto al naturalismo francese è la presenza di forti caratteri regionali, mancando un’unica lingua nazionale parlata dalle grandi masse contadine, specie nel sud Italia.

“La scialletta rossa. Una donna di mafia” racconta la storia di una donna colta ed emancipata a capo di un clan mafioso. Attraverso un complesso percorso interiore, compie una scelta rivoluzionaria. L’incontro con una gatta semicieca e con un viandante straniero mettono in crisi un sistema malavitoso formato da regole rigide, omertose e violente, proponendo un modello alternativo di chiara e semplice umanità, dove il valore della libertà splende come punto d’arrivo di redenzione personale.

“È noto con quanta serietà Maria Francesca Mariano svolga il mestiere di giudice e che sia lei ad avere scritto numerose importanti sentenze di Corte d’Assise per fatti di mafia”, scrive nella prefazione Cataldo Motta, già a Capo della Procura della Repubblica e della Direzione distrettuale antimafia di Lecce.  E ancora: “Con le stesse capacità e la stessa passione scrive testi teatrali su temi impegnati, introduce le loro rappresentazioni, se possibile; scrive poesie e romanzi, conosce la danza. Ed è proprio un romanzo che ha scritto questa volta, dove la verve della sua narrativa si avvale di conoscenze tratte dall’esperienza maturata nel corso di complessi giudizi per processi da lei giudicati. In questo modo si è appropriata di un ricco bagaglio conoscitivo, impiegato per tratteggiare un affresco assai realistico, in cui emergono personaggi, vicende, situazioni, capaci di catturare l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina”. Il suo stile narrativo, caratterizzato da un distacco emotivo e da una prosa asciutta e diretta, permette ai lettori di immergersi completamente nella storia, rendendola universale nonostante l’ancoraggio in un contesto geografico e culturale specifico.

“Fa parte del nostro lavoro”, aveva detto in una intervista, Maria Francesca Mariano, facendo notare come i mafiosi reagiscano con più veemenza quando contro hanno delle donne. “Pensano che la donna sia più emotiva e quindi più fragile, meno resistente. La donna non avrà la forza fisica dell’uomo, ma dal punto di vista della resistenza e della forza interiore non ha eguali, non teme rivali”.

In questo libro della Mariano la letteratura vive, come la scienza, realisticamente; abbandona il suggestivo, il sentimentale e il fantastico, e si attiene al positivo, al concreto, a ciò che è oggettivo, realistico e tangibile.  Ed anche liberatorio. Non è poco, perchè il romanzo della scrittrice-giudice pugliese si presenta con una cornice di estrema attualità.

Carlo Franza 

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