La materia del libro la svela Simona Brunetti: In un volume del 1888 dedicato a Diego Velazquez, Carl Justi cita una lettera, conservata presso l’Archivio di Stato di Mantova, in cui a fine ottobre 1604 un buffone al servizio del duca Vincenzo I Gonzaga riferisce di aver ingaggiato una competizione verbale («fato duelo») in Spagna, a Valladolid, con alcuni intrattenitori del luogo e di essere riuscito a superarli «d’infamia», ossia per le volgarità.  Stiamo parlando di “Un buffone spagnolo” (pp. 52, Oligo, 2026)

Non si dimentichi che in epoca ri­nascimentale, i buffoni si stabiliscono con varie modalità presso le famiglie regnan­ti e partecipano in modo permanente ai principali avvenimenti mondani da loro organizzati, dai banchetti agli eventi pubblici, agli spettacoli, pur non essendone la principale attrattiva.  I buffoni avevano vita attiva, vita di corte. L’esibizione buffonesca tra Cinque e Seicento sembra infat­ti iscriversi nella sfera privata del divertimento, anche se, come scrive Teresa Me­gale, «comunque e ovunque, a piedi e in carrozza, ai tavoli riccamente imbanditi e nei viaggi interminabili, al buffone viene chiesto di essere un brillante intrattenitore, un abile imitatore, un versatile mimo».

Il volume traccia le peripezie e i viaggi che coinvolgono il buffone spagnolo don Geronimo Fonati attraverso diversi stati sovrani della penisola italiana, i Paesi Bassi meridionali, la Francia e la Spagna in un arco cronologico di quasi trent’anni, periodo in cui si trova ufficialmente al servizio dei Gonzaga e del duca Vincenzo I in particolare. Intrattenitore sboccato e giocatore impenitente, in quanto tramite privilegiato dei signori di Mantova don Geronimo viene fatto segno di un certo credito nelle maggiori corti d’Europa fino alla sua repentina caduta in disgrazia, incarcerazione a Vallodolid e definitiva messa a riposo.

Il libro racconta la vicenda storica di don Geronimo Fonati, un buffone spagnolo al servizio della corte dei Gonzaga e in particolare del duca Vincenzo I Gonzaga.  L’opera segue i suoi viaggi e le sue avventure attraverso vari stati italiani, i Paesi Bassi meridionali, la Francia e la Spagna nell’arco di quasi trent’anni. Don Geronimo emerge come una figura pittoresca e contraddittoria: intrattenitore brillante ma anche provocatore, noto per il linguaggio volgare e per la passione per il gioco d’azzardo. Grazie alla protezione dei Gonzaga gode di prestigio e libertà di movimento nelle principali corti europee, diventando una sorta di ambasciatore informale della corte mantovana.

Come ricorda Mauda Bregoli-Russo, la passione dei Gonzaga per nani e buffo­ni data ancor prima dell’arrivo a Mantova di Isabella d’Este, di cui in particolare menziona diverse lettere inviate al marito, il marchese Francesco Gonzaga, o al padre Alfonso, per averne sempre accanto o per farli trasportare da un luogo all’altro. Dunque, il trionfo e il successivo oblio della stella di don Geronimo Fonati, questo il nome del buffone menzionato nel volume di Justi, si devono inscrivere primariamente nell’universo effimero di un divertimento cortigiano, i cui tratti risultano però piuttosto fluidi e molto spesso di difficile definizione.

Il nucleo della narrazione è però la sua parabola discendente. Dopo anni di favori e privilegi, il buffone cade improvvisamente in disgrazia: viene incarcerato a Valladolid, in Spagna, e infine allontanato dalla scena politica e cortigiana. Attraverso la sua storia, il libro offre uno spaccato della vita di corte tra Cinque e Seicento, mostrando il ruolo ambiguo dei buffoni, figure capaci di ottenere grande influenza ma anche estremamente vulnerabili ai cambiamenti dell’umore e degli interessi dei potenti.

SIMONA BRUNETTI è ricercatrice di Discipline dello spettacolo presso l’Università di Verona e presidente del Comitato scientifico dalla Fondazione “Umberto Artioli” Mantova Capitale Europea dello Spettacolo. Si occupa di teatro ottocentesco italiano e francese, di attività spettacolare rinascimentale e barocca. Accanto a due monografie dedicate alla fortuna scenica in Italia della Signora dalle Camelie (2004 e 2008), ha pubblicato un volume sul rapporto tra scrittura drammaturgica e prassi attorica nel XIX secolo (Autori, attori, adattatori, 2008). Ha collaborato inoltre all’edizione critica complanare di Angelo, tyran de Padoue di Victor Hugo (2012), a cura di Elena Randi, e, insieme a Marco Prandoni, ha realizzato l’edizione critica di Gysbreght van Aemstel di Joost van den Vondel (2018).

Carlo Franza

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