E’ un libro utile, utilissimo, che non dovrebbe mancare in nessuna biblioteca. Consiglio di averlo anche in casa, specie in casa di tanti giornalisti che strombazzano a vanvera, e fanno indietreggiare la vendita di tanti quotidiani. Parliamo de “L’arte di tacere” di Abate Dinouart (Titolo originale: L’art de se taire, principalement en matière de religion) uscito in Francia da Editore Elliot, traduzione di Michele Bertolini, pubblicato in Italia anche da Sellerio.

“Il primo grado della saggezza è sapere tacere; il secondo è saper parlare poco e moderarsi nel discorso ….”. L’arte di tacere è paradossalmente arte della parola, “un altro capitolo della retorica”.

“L’art de se taire” fu pubblicato a Parigi nel 1771. Un trattato sulla tematica del silenzio che occupa un notevole spazio «delle opere che dettano il comportamento del corpo e del linguaggio….. Con questo trattato l’abate Dinouart voleva forse concludere la lunga serie di quelle arti della parola che costellano la retorica dell’età classica? O voleva invece fissare definitivamente il concetto stesso di retorica? Niente di tutto ciò. L’arte di tacere è una paradossale arte della parola, un altro capitolo della retorica, della quale ha mantenuto tutte le finalità pratiche».

Si scrive male, si scrive troppo, si scrivono cose inutili. La smania di parlare e di scrivere è una patologia conclamata della nostra era ossessionata dal bisogno di esternazione a ogni costo. In tempi in cui fioriscono da ogni parte manuali su come scrivere meglio e superare il noto “blocco dello scrittore”, questa breve trattazione dell’abate Dinouart, apparsa per la prima volta nel 1771 e da allora continuamente ristampata, propone un vero e proprio ribaltamento prospettico del problema comunicativo. L’arte di tacere non è un semplice invito al silenzio, un manifesto del mutismo, ma un’analisi delle infinite possibilità della continenza verbale e scritta.

Contro questa bulimia di parole, l’abate Dinouart, nel 1771, suggerì “L’arte di tacere”: un elogio della discrezione, della misura e del silenzio consapevole.

L’abate Joseph Antoine Tousaint Dinouart (Amiens, 1716-1786) è tra quegli ecclesiastici “mondani” e poligrafi del XVIII secolo. Scrisse sui più svariati argomenti, soprattutto sulle donne -compresi rifacimenti di opere altrui che gli guadagnarono il titolo di “Alessandro dei plagiari” -, e pubblicò nel 1749 un Trionfo del sesso a causa del quale entrò in grave attrito con la sua gerarchia.

Princìpi necessari per l’arte di tacere.

(Joseph Dinouart).

  1. È bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.
  2. Vi è un tempo per tacere, come vi è un momento per parlare.
  3. Nell’ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.
  4. Tacere quando si è obbligati a parlare è segno di debolezza e imprudenza, ma parlare quando si dovrebbe tacere, è segno di leggerezza e scarsa discrezione.
  5. In generale è sicuramente meno rischioso tacere che parlare.
  6. Mai l’uomo è padrone di sé come quando tace: quando parla sembra, per così dire, effondersi e dissolversi nel discorso, così che sembra appartenere meno a sè stesso più agli altri.
  7. Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a sé stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.
  8. Quando si deve tenere un segreto non si tace mai troppo: in questi casi l’ultima cosa da temere è saper conservare il silenzio.
  9. Il riserbo necessario per saper mantenere il silenzio nelle situazioni consuete della vita, non è virtù minore dell’abilità e della cura richieste per parlare bene; e non si acquisisce maggior merito spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che si ignora. Talvolta il silenzio del saggio vale più del ragionamento del filosofo: è una lezione per gli impertinenti e una punizione per i colpevoli.
  10. Il silenzio può talvolta far le veci della saggezza per il povero di spirito e della sapienza per l’ignorante.
  11. Si è naturalmente portati a pensare che chi parla poco non sia un genio e chi parla troppo, uno stolto o un pazzo: allora è meglio lasciar credere di non essere geni di prim’ordine rimanendo spesso in silenzio, che passare per pazzi, travolti dalla voglia di parlare.
  12. È proprio dell’uomo coraggioso parlare poco e compiere grandi imprese; è proprio dell’uomo di buon senso parlare poco e dire sempre cose ragionevoli.
  13. Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, è bene essere sempre molto prudenti; desiderare fortemente di dire una cosa, è spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla.
  14. Il silenzio è necessario in molte occasioni; la sincerità lo è sempre: si può qualche volta tacere un pensiero, mai lo si deve camuffare. Vi è un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza apparire tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza mascherarle con la menzogna.

Dopo aver letto il libro vi assicuro che ne trarrete vantaggio nel vivere e nel comunicare.

 

Carlo Franza

 

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