ADEC ARTE accende una vetrina permanente sull’arte contemporanea affinché un numero sempre maggiore di persone possa fruirne. Un luogo diverso per promuovere l’arte e la bellezza a vantaggio di tutti. Con la mostra “Sagome fluttuanti” del fotografo israeliano Michael Ackerman visitabile sino al 30 agosto 2022, il progetto di “portare l’arte sulla strada” come un museo a cielo aperto, visibile ai passanti H24.

Per la verità il progetto parte con forte ritardo rispetto a  occasioni similari che sono state messe in atto in Italia fin dal 2000 – io sono stato tra i primi a portare  in Italia  e in Europa l’arte in spazi polifunzionali – Plus Florence –Firenze/ Fondazione ATM  Milano/ Plus Berlin – Berlino/ Controcorrente- Milano, ecc. -. Adec si sveglia oggi ma non è mai troppo tardi, l’importante è lasciar vivere il nuovo dell’arte, senza essere ripetitivi e noiosi.

ADEC ARTE (Via Edmondo De Amicis, 28 Milano) presenta la mostra del fotografo israeliano Michael Ackerman, “Sagome fluttuanti”, in collaborazione con Claudio Composti / mc2gallery, un’occasione importante per vedere ed incontrare uno degli artisti più interessanti della fotografia internazionale attraverso una selezione di alcune delle fotografie più significative degli ultimi anni, appositamente scelta dall’artista e dal curatore.

Nel lavoro di Michael Ackerman, documentario e autobiografia concorrono alla finzione, e tutto si dissolve in allucinazione. La sua fotografia è sempre stata attraversata da tematiche ordinarie e straordinarie: tempo e atemporalità, storia personale e storia dei luoghi restituite tramite immagini deteriorate e danneggiate, non come scelta stilistica ma come rimando analogico all’esperienza, che non è mai incontaminata. I suoi particolari viaggi abbracciano New York, L’Avana, Berlino, Napoli, Parigi, Varsavia e Cracovia, ma i luoghi non sono necessariamente riconoscibili.

Già da tempo, nelle sue fotografie, Ackerman muove verso la cancellazione delle distinzioni geografiche e di altra natura con la volontà di allontanarsi dalle restrizioni del metodo documentario tradizionale. Se il lavoro di Ackerman appare duro a prima vista, i paesaggi ci riportano a una delicatezza equilibrata, a una fiducia nella bellezza. L’artista ha un interesse profondo per gli arcaici treni coperti di neve che attraversano l’Europa e che l’hanno attraversata, soprattutto l’Europa Orientale. Su questi treni, oggi, si percorrono centinaia di chilometri, ma durante il viaggio non si è in nessun luogo e, d’inverno, si fluttua in mezzo al biancore, che inevitabilmente contrasta e ci rimanda con la memoria ai terribili treni merci delle deportazioni naziste, con i vagoni piombati, che durante la seconda guerra mondiale percorrevano incessantemente le stesse rotte. Lo stesso candore ma ben diversa percezione.

Il bianco, fortemente vignettato, e il nero caratterizzano tutto il suo lavoro, creando delle atmosfere ovattate quasi nebbiose dove le figure appaiono irreali nella realtà che le circonda. Negli ultimi anni Ackerman ha esplorato i cambiamenti concreti e la dimensione sognante della propria famiglia ristretta, moglie e figlia. Queste immagini, amorosissime, intime e inevitabilmente audaci, riecheggiano di sincerità, calore, di semplice erotismo e naturalmente d’amore. Anche in questo caso le immagini contrastano con le visioni dure e inquietanti delle fotografie dei soldati in marcia verso l’ignoto, di una casa bombardata, di figure maschili che fanno la doccia, che riportano alla mente i prigionieri nei campi di concentramento. O l’immagine emblematica di un anziano cameriere che elegante si aggira con lo sguardo sperduto in una città deserta e della serie dei ritratti – che sarà esposta in mostra – di uomini che raffigurano la prova del disagio contemporaneo, contorti in smorfie di dolore o con gli sguardi perduti nel nulla, più ritratti di anime che rappresentano ciò che è rimasto dopo che la vita è passata. Tutte immagini che ci raccontano la fatica di vivere, l’inquietudine di tempi difficili e la paura di viverli. La paura si mescola all’audacia, la gioia comporta un po’ di trepidazione, l’innocenza è assolutamente reale, ma intricata e fugace. Tuttavia, alla fine di questo percorso, la sensazione è comunque di armonia e di riflessione.

Ackerman affronta la realtà cruda e la fotografa senza filtri e senza menzogna. Se Proust diceva che le cose che sentiamo e vediamo vengono lasciate sempre alle soglie delle frasi che diciamo, il lavoro di Ackerman mette l’osservatore nella migliore condizione per metabolizzarle e analizzarle aiutandolo a superare questa soglia, la sottile linea d’ombra che separa l’equilibrio dalla pazzia.

Michael Ackerman è nato a Tel Aviv il 3 settembre 1967. Nel 1974 emigra a New York. Tra il 1993 e il 1997 viaggia spesso in India e le fotografie qui scattate sono oggetto del suo primo libro End Time City (Delpire, 1999), che ottiene il Prix Nadar nel 1999. Dal 1997 entra a far parte dell’Agence e Galerie VU’ di Parigi con la quale ha lavorato per circa vent’anni. Sin dalla sua prima esibizione nel 1999 è chiaro che l’approccio alla fotografia di Michael Ackerman è nuovo, radicale e unico. Michael Ackerman cerca – e trova – nel mondo che attraversa, riflessioni della sua vita personale, dei suoi dubbi e delle sue angosce. Nel 1998 gli viene conferito il prestigioso Infinity Award for Young Photographer dell’International Center of Photography di New York. Da allora ha esposto in numerose città sia in Europa sia negli Stati Uniti. Le sue fotografie fanno parte di importanti collezioni a livello internazionale. Il suo ultimo libro Half Life è stato pubblicato nel 2010 da Robert Delpire ed è la terza opera di Michael Ackerman. Negli ultimi anni Ackerman ha tenuto workshops e masterclasses all’ICP di New York, alla Neue Schule Fur Fotografie a Berlino e in varie altre scuole e istituzioni nel mondo. Attualmente è in mostra all’Associazione21 di Lodi/Milano, nella mostra “Resurrection”.

Carlo Franza

 

Tag: , , ,