Anna Spagna e i readymade, il clima del Nouveau Rèalisme e la dissoluzione del linguaggio in una mostra di ampio respiro alla Fondazione ATM di Milano.
Inaugurata la mostra dal titolo “I Catarifrangenti, readymade, rifrazioni di luce e ornamenta” dell’artista ANNA SPAGNA, che rientra in un progetto artistico internazionale, “NUOVO ATLANTE DELLE ARTI”, ideato e diretto dal Prof. Carlo Franza Storico dell’Arte Moderna e Contemporanea per la FONDAZIONE ATM di MILANO, istituzione
attestata internazionalmente, che focalizza l’attenzione su talune figure in progress della nuova stagione artistica europea. L’esposizione curata dal Prof. Carlo Franza, illustre Storico dell’Arte di piano internazionale, che firma anche il testo, riunisce un certo numero di opere che compongono una vera e propria installazione, capace di campionare il percorso singolare di questo illustre artista italiano. All’inaugurazione, presente un pubblico colto, con anche intellettuali e giornalisti, i saluti del Presidente della Fondazione e del Vicepresidente dell’Ordine Nazionale Giornalisti Dott. Francesco Caroprese, ecco la prolusione del Prof. Carlo Franza, curatore della mostra, unitamente alla partecipazione di artisti e di numerosi collezionisti.
Scrive Carlo Franza nel testo: “Dopo un lavoro di sperimentazione e ricerca che, unendo tradizione e utilizzando materiali e tecniche diverse, Anna Spagna artista di chiara fama, riesce a dare vita ad opere sempre nuove per stile e concezione. Il suo lavoro negli anni aveva toccato l’arte new-pop con i sacchi dipinti, poi l’arte concettuale tra segno e gesto, ed oggi la nuova costola dell’arte povera contagiata da lettere e numeri. La sperimentazione sui materiali ha portato Anna Spagna anche a confrontarsi con le mille potenzialità dell’objet trouvè, -dai readymade di Duchamp a César Baldaccini detto Cèsar, pioniere e figura chiave del Nouveau Réalisme-, e di sfruttarne tutte le possibilità formali. Nascono da qui le serie di catarifrangenti, dove il materiale perde la sua caratteristica di tabula rasa per acquisire una prospera vitalità formale. La punta di luce e il filo che li avvolge che li intarsia come un vomere che conduce, e un filo di Arianna che si fa strada per l’infinito, riversa ai bordi eleganti rimasugli da riporto che, a sbalzo, tramutano l’opera in una minuta geografia di crinali e avvallamenti. Regolando parti meccaniche in concomitanza ad accuratissime
modificazioni di spessori, Anna Spagna ha ultimamente perfezionato questa tecnica di lavorazione che permette, assemblando, la produzione di piccoli riquadri a geometria variabile, ampiamente rappresentati nella mostra, dove vengono presentati
raggruppati in sequenza, il che permette non solo di apprezzare il singolo “pezzo”, ma conferiscono anche all’insieme il carattere d’opera continua caratterizzata da una forte coerenza d’insieme. La serie dei “catarifrangenti” i cui titoli “Attrazioni di luce”, “Pensieri in libertà”, “Pensieri scomposti”, “Pensieri sovrapposti” e “Rifrazioni di luce” per citarne alcuni, si avvolgono e appaiono in un succedersi di parti, da apparire chiaramente opere assemblate così come fece il grande artista francese Cèsar. Se le lettere dell’alfabeto dovrebbero essere negli assemblamenti di Anna Spagna, dune e colline del sapere, biblioteche dell’oggi, quasi rasentare un dispensario del nostro tempo; qui nei suoi lavori vivono in caduta libera, lettere disseminate come fossero -e sono- valenza negativa, paiono e sono una narrazione apocalittica. Se i poeti visivi avevano già assunto una posizione critica nei confronti delle derive del capitalismo, scegliendo di utilizzare linguaggi alternativi e pratiche non d’elite, proprio per formulare un’arte capace di ascoltare il quotidiano, ora Anna Spagna punta il dito, sceglie e indica, l’ammorbante formula estetica della destrutturazione del linguaggio. La sua è un’accusa formidabile alla società del nostro tempo, che con l’uso delle novità tecnologiche e i loro riflessi sulla lingua italiana ne hanno calpestato la sua storia e il suo uso; Anna Spagna si porta a movimentare a caduta le lettere dell’alfabeto attorno ai catarifrangenti -è la stessa luce a rimanere intrappolata- lasciando esprimere la disconnessione del linguaggio, mostrando come la decostruzione abbia contaminato i codici tradizionali della comunicazione. La lingua dei nostri padri, dei grandi della lingua italiana ad iniziare da Dante, per via delle tecnologie della comunicazione e del digitale, sparisce senza lasciare tracce. E’ l’era digitale ad aver cambiato il linguaggio, a movimentare quello che si chiama analfabetismo funzionale, dovuto all’italiano digitale degli sms, dall’e-taliano di email e chat e l’Ai-taliano, la lingua prodotta dai Large Languages Models in italiano, e dagli emoticons; si è così ormai lontani dalle riflessioni e dal pensiero classico, perché la lingua usata è ormai quella degli sms ricca di abbreviazioni e grafie fonetiche, con una quasi lingua scomparsa rapidamente e l’introduzione di messaggini. Ora il nostro tempo ci consegna una nuova forma di oralità terziaria, una lingua ibrida, né scritta né parlata, fatta di testi frammentati. Se la scrittura era lo strumento del nostro
pensiero, ora Anna Spagna con queste opere ci richiama il dramma di questi meccanismi e l’impigrimento delle persone per l’uso di queste macchine del linguaggio. L’Arte Povera è stata uno dei movimenti più influenti nati in Italia nel secondo Novecento, per cui attraverso materiali semplici, gesti primari e un linguaggio essenziale, gli artisti poveristi hanno rivoluzionato il modo di intendere la scultura, l’installazione e il rapporto tra uomo, natura e artificio. Il movimento era nato a Torino nella seconda metà degli anni ’60, intorno alla riflessione del critico Germano Celant, che nel 1967 coniò il termine “Arte Povera”. L’obiettivo era superare l’artificio dell’arte tradizionale e le logiche del mercato scegliendo materiali umili, organici, industriali, grezzi: terra, piombo, legno, tessuti, vetro, neon, pietre, elementi naturali; l’Arte Povera non è stata una fuga nell’arcaico, ma un contrappunto critico alla modernità tecnologica. L’Arte Povera si inserisce nel panorama delle ricerche artistiche del Novecento, in dialogo con i linguaggi plastici raccontati nell’approfondimento sulla scultura italiana del ‘900. Oggi Anna Spagna ripropone una sorta di “nouvelle vague”, riproponendo da una costola dell’Arte povera, un tracciato nuovo, toccante, una sorta di luce e di strada, di illuminazione e transito stellare, di lacrime di comete; così i catarifrangenti, materiali “poveri” con significati potenti, non sono un limite, ma uno spazio di libertà, perché l’artista sottrae la materia al circuito del valore per restituirla alla sua forza originaria. I catarifrangenti sono anche natura vs artificio, elemento centrale è la relazione viva tra forze naturali (fuoco, acqua, energia, luce, crescita vegetale) e strutture industriali o meccaniche; ma sono anche gesto, processo, trasformazione. Più che oggetti compiuti, molte opere sono processi in divenire, reazioni fisiche, trasformazioni nel tempo. Infine la serie dei catarifrangenti sono corpo e identità, l’opera finalmente si mostra attraverso dispositivi riflettenti e spazi partecipativi. Oggi come ieri, Anna Spagna ha realizzato lavori che la impongono alla critica tutta, per uno scandaglio di materiali assunti dall’uso quotidiano, è così che il suo percorso è maturato, passando dalle forme al segno, e liberando il colore-catarifrangente che si va luce, veicolo generante, come racchiuso in un’anima interna che illumina e trafigge.
Anna Spagna è nata a Siracusa, dove ha frequentato la scuola d’arte. Trasferitasi a Milano nel 1970, si è dedicata alla sperimentazione e al restauro di dipinti antichi presso il Gabinetto di Restauro delle raccolte d’arte del Castello Sforzesco, collaborando con il maestro Ovidio Canesi fino al 1977. In questo periodo ha lavorato alle terrecotte delle raccolte archeologiche esposte alla mostra Gli Etruschi, nuove ricerche e scoperte. Successivamente abbraccia la libera professione di restauratrice presso lo studio del Prof. Enos Malagutti e contemporaneamente, frequenta le esperienze artistiche attraverso l’attività dello Studio Santandrea, galleria d’avanguardia milanese. Nel 1986 avvia il nuovo ciclo di assemblaggi e pitture che saranno oggetto della sua prima personale del gennaio 1989 presso la libreria Buchmesse. Nel dicembre 1990 prende parte a una collettiva alla galleria d’arte L’Affiche e nel maggio del 1991 ha luogo la sua seconda personale presso la galleria Volpini. Nello stesso anno partecipa con una sua opera al Premio Lario Cadoraco XV˚ Edizione Murarte ’90. “Nel 1993 insieme a Anna Spagna e Emanuele Viscuso allestisce una installazione alle Corderie per la XLV edizione della Biennale di Venezia”. (cfr. Leonardo Lombardi, Una personale di Ariel Soulè alla Rocca di Orzinuovi dal 29 Marzo al 22 Aprile 2019, Paese Mio, 27 Marzo 2019). Nel 1994 partecipa alla collettiva presso la galleria Vinciana di Milano, dove torna ad esporre nel 2004. Nel 2010 ha esposto presso la Galleria Derbylius con la personale LEGGERE/non leggere… libro d’artista e oltre. Nel 2026 è l’illustrissimo Prof. Carlo Franza ad invitarla a tenere una mostra personale dal titolo “La biblioteca dei sogni” nel Progetto Scenari al Plus Florence di Firenze; e ancora nel giugno 2026 su segnalazione del Presidente di Giuria Prof. Carlo Franza ad Anna Spagna – Casa d’Arte Spagna Bellora viene assegnato il Premio Gran Prix Absolute 2026 in occasione del Premium International Florence Seven Stars 2026 a Firenze. Hanno scritto del suo lavoro vari critici fra cui il Prof. Carlo Franza, Tommaso Trini e altri.
Carlo Franza
