L’uscita di un nuovo libro di poesie di Umberto Piersanti è sempre un’attesa miracolosa; adesso che l’ho tra le mani poi è cosa ancora più straordinaria.  Letto, riletto, e ancora riletto. Lo trovo prezioso, vitale, un cordone ombelicale con la vita, segnata e disegnata ogni giorno. A rileggere adagio queste poesie, meditando sui suoi motivi iniziali e sulla sua incantevole fattura, ci si persuade presto che l’autore è un grande affettivo, un autentico poeta d’amore. Con “Iacopo” (Umberto Piersanti, Jacopo, Poesie 1994-2025, Internopoesia, pp. 188, pref. di Gianluca Nicoletti  e  Postfazione di Paola Severini Melograni) Umberto Piersanti ha trovato la sua vera forza poetica di lirico nell’ascoltazione della sua intima ricchezza sentimentale; vive nel suo assorto amore, fibrillante, doloroso, triste, ma i versi svelano una poesia che avvolge con un caldo sguardo tutta la bellezza che ruota attorno al figlio e gli si imprime; è un amore calmo e ardente, approfondito e purificato dalla grande tristezza del poeta e dal travaglio permanente del suo spirito toccato dall’esistenza. In  questi versi e in tutte le pagine del libro  ci sono sempre  i paesaggi  da lui amati, i Sibillini, i  monti e i  boschi delle Cesane,  gli spazi di cielo e di terra,  piante, fiori, favagelli, animali e loro versi, quei momenti  privilegiati in cui  egli ascolta e contempla la realtà e la vita  nel chiaroscuro di un dormiveglia,  nel sopore e nell’inerzia -pur luminosa e felice-  in cui, la realtà  è intravista  attraverso i colori evocativi  e nostalgici del sogno; qui tutto ruota attorno al figlio, a Jacopo, al suo  grido universale. E’ una poesia che dà voce alle emozioni di un padre, al dolore scavato nel petto come un fiume, come già fu con Ungaretti nel suo diario poetico “giorno per giorno”, a quei versi che pure dettero sfogo alla tempesta interiore.  Qui tra sogno e realtà, tra ricordo e ritorno, tra sentimento e amore, tristezza e dolore, Piersanti raggiunge la sua espressione lirica perfetta che è allusiva e intensa, celebrandone la potenza eloquente e la ricchezza di suggestione. Con “Iacopo” mostra la malinconia e il dolore, la profondità sentimentale che lo lega al figlio con  il suo destino di bimbo e di adolescente che cresce e diviene uomo (“tu, sei rimasto fanciullo/per l’eterno,/ il tempo che scorre/ non ti riguarda/ e inquieta,/ quel tempo/ che tuo padre tormenta/ e addolora,/ il tuo eterno presente/ solo ti risarcisce/”), ora che la vita scorre e trascina le diverse età, rivestite  di magiche reti di sogni e di penombre in cui la sua anima cresce adagio, come  in una lenta rivelazione; Piersanti  racconta questa sofferenza, padroneggiata e dominata,  a se stesso e al mondo, ma è un racconto  che attende dopo la notte, l’alba, perché alla notte senza fine il poeta  non sa rassegnarsi, ama troppo la vita.

Eppure il nostro poeta è malinconico e solitario, con in sorte il dramma e la sofferenza per un figlio segnato da un destino amaro, è ferito a fondo da nostalgie, e attraverso canti e movimenti scenici, recupera tutto il mondo, compreso quel fazzoletto di terra delle origini (“e nell’inverno mite  ci spingiamo/ a ridosso  dei  monti/ dove ha termine il mondo,/ le rupi di confine/ fitte di muschio scuro,/ d’anemoni  invernale…”) e del vissuto che partecipa in una sorta di cantico delle creature francescano, recupera tutto il mondo umano che Iacopo incontra, assaporato, lasciato   e perduto, e che serba tenacemente affetti e ricordi. Tutto ritorna come un fiume in piena, ricordi e giochi d’infanzia del figlio, scoperte, esperienze, quotidianità, fantasie contemplate, osservate con i suoi occhi di padre(“e come stai nell’acqua, / nuotare è un’altra cosa, / tu ci cammini dentro / e ti ci muovi / come un queto animale / dei miei fossi, / la verde raganella, / il lento granchio, / fluttuano i tuoi capelli / come al fauno, / fauno-fanciullo mite / e innocente // ti circondano i monti / e viene sera, / la madre chiusa e stretta sulla riva, / io che ti chiamo / e urlo, / ma tu non temi / il freddo, / non temi il buio, / gli altri son tutti qui / nascosti dentro i teli, / tu rimani nel lago, / solo, riverso / con la faccia al cielo / guardo spesso il tuo volto / dentro l’acqua, / ogni piega si scioglie / e rasserena, / un’altra storia narra, / un’altra vita, / la tua che ti spetta / fuori del male”); oggi è reduce da un viaggio pieno di illusioni e inganni, ogni cosa di questo racconto poetico resta assorbita  in questo grido ansimante  di angustia e sconforto, e la poesia è diventata una sorta di liberazione, di volo oltre il dolore, una quasi preghiera, di maturità poetica e di sereno possesso  del proprio mondo interiore. Attorno alla storia dolorosa del figlio Jacopo, ruota la storia degli uomini e delle cose; Jacopo è raccontato nella sua grazia solitaria di eterno fanciullo (“padre, che difficile mestiere, / figlio vivi lontano/ in un castello chiuso e/ serrato più di questo borgo, / chissà se ascolti i grilli/ che tenaci ci ronzano/ d’intorno, tra gli allori, / la madre che t’accarezza/ scosti la mano/…”), tra i muri che lo difendono, la fuggitiva evasione dal tempo e dal mondo, i lievi paesaggi, l’ombra fresca dei giardini e dei boschi, i paesaggi sfilanti delle nubi e le acque dei torrenti e del mare, e i cieli che lo incantano. Piersanti è il poeta della contingenza, cui affida le sue memorie autobiografiche, di una vita accanto a un figlio che soffre aspettando che nel cielo si diffonda un’altra volta l’alba dei suoi sogni migliori, e queste poesie della speranza si affacciano a questo ansioso sguardo nel cielo che il poeta rivolge tante volte nella sua contrastata volontà di sperare. Un grido di supplica gli esce dal cuore, il grido gli è sfuggito dall’anima come una invocazione, come un gemito a qualcuno che veramente si ama. Jacopo è un bimbo lontanamente perduto negli anni, e il lembo di questa storia, di ricordi e di sogni, di allusioni alla fanciullezza, all’adolescenza e al suo autunno virile, si disperde in questo favoloso racconto lirico, specie nella  descrizione di  certi interni domestici (“ma quell’uva, Jacopo/ così tonda e perfetta/ che in altre stanze/ con l’aiuto di altri/ hai disegnato,/ il tuo dono gentile/ alla nostra casa,/ è come quella alle pareti/ appesa delle mie antiche/ elementari, quelle dalle/ pareti rosse e le finestre/ aperte verso il mare/di Pesaro lontano, /”…), sotto un cielo scarso di luce e la bellezza è pazienza. Dal punto di vista espressivo l’arricchimento interiore e la sincera penetrazione del dolore e dell’esistenza che ora più che mai accerchiano il poeta, da sempre si riflettono progressivamente in una versificazione essenziale, meno lussureggiante. Ogni poeta raggiunge le vette della sua ricchezza espressiva nel confluire di varie condizioni che esaltano la sua capacità creativa; il figlio che ha nome Jacopo e ha dettato i versi che sono sussurri, sospiri, ricordi, ansie, speranze, carezze, profumi, fragili cose, hanno condotto Umberto Piersanti a consegnarci oggi un nugolo di poesie avvolte in tutta la loro bellezza visibile, in una fraternità di dolore e di pianto, versi e voci lontane ma ormai troppo vicine. Tutto ora è accettato, tutto sembra dimenticato, la vita e la morte, la lotta e il timore, la pena e il desiderio, e se il giorno è spirato, nell’animo del poeta   si alza una luce nuova di aurora, “la vita che si queta/ un solo istante”.

Umberto Piersanti è nato ad Urbino nel 1941 e nella Università della sua città ha insegnato Sociologia della Letteratura. Le sue raccolte poetiche sono La breve stagione (Quaderni di Ad Libitum, Urbino, 1967), Il tempo differente (Sciascia, Caltanissetta – Roma, 1974), L’urlo della mente (Vallecchi, Firenze, 1977), Nascere nel  ’40 (Shakespeare and Company, Milano, 1981), Passaggio di sequenza (Cappelli, Bologna, 1986), I luoghi persi (Einaudi, Torino, 1994), Nel tempo che precede (Einaudi, Torino, 2002), L’albero delle nebbie (Einaudi, Torino, 2008) Nel 1999 per I quaderni del battello ebbro (Porretta Terme, 1999) è uscita l’antologia Per tempi e luoghi curata da Manuel Cohen che ha anche scritto il saggio introduttivo. Il suo libro di poesie più recente è Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos, 2015).  E’ stato tradotto sia in francese, con il titolo Les lieux perdus, sia in lingua rumena, con il titolo In alt timp, in alt loc. Umberto Piersanti è anche autore di quattro romanzi, L’uomo delle Cesane (Camunia, Milano, 1994), L’estate dell’altro millennio (Marsilio, Venezia, 2001), Olimpo (Avagliano, 2006) e Cupo tempo gentile (Marcos y Marcos, 2012). Ha realizzato un lungometraggio, L’età breve (1969-70), tre film-poemi (Sulle Cesane, 1982, Un’altra estate, Ritorno d’autunno, 1988), e quattro “rappresentazioni visive” su altrettanti poeti per la televisione.  Con il volume di poesia Campi d’ostinato amore (La nave di Teseo, 2020) ha vinto il Premio Saba 2021 e il Premio Speciale Camaiore 2021. Tutte le raccolte precedenti le tre sillogi edite dalla Einaudi sono uscite in un unico volume dal titolo Tra alberi e vicende (Archinto, 2009). Nel marzo 2022 Crocetti editore ha stampato una nuova edizione de I luoghi persi con una sezione di dodici inediti e la prefazione di Roberto Galaverni. Nel 2024 è uscita la ristampa de L’urlo della mente per Samuele editore. Nel 2025 è uscita l’antologia L’isola tra le selve (poesie 1967-2024), curata da Massimo Raffaeli, presso Marcos y Marcos. È anche autore di romanzi, libri di racconti e di alcune opere filmiche. È presidente del Centro mondiale di poesia Giacomo Leopardi di Recanati.

Carlo Franza

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