Filadelfo Simi. Parigi, Firenze e la Versilia. Il viaggio della vita è il titolo della mostra che la Città di Seravezza, la Fondazione Terre Medicee, e la Comunità di Levigliani dedicano al grande maestro dell’800 italiano nel centenario dalla morte – Simi nasce a Levigliani l’11 febbraio 1849 e muore a Firenze il 5 gennaio 1923 –.

La rassegna, visitabile fino al 22 ottobre 2023, composta da oltre cinquanta opere allestite nelle tre sedi della mostra: le Scuderie Granducali e Palazzo Rossetti a Seravezza e Palazzo Simi a Levigliani, intende presentare il pittore stazzemese sotto una nuova luce.

 A cinquantacinque anni dalla Mostra Fiorentina di Palazzo Strozzi, curata da Pietro Annigoni e a trentotto da quella al Mediceo di Seravezza, curata da Giampaolo Daddi, la mostra attuale vuole apportare nuove conoscenze sul Simi, in particolare sul suo periodo francese, sui suoi legami con il mondo del marmo e della scultura e sui suoi periodi di soggiorno in Versilia, anche alla luce dell’analisi di quanto contenuto in termini di immagini e documenti, nell’Archivio Simi.

Il riconoscimento delle sue straordinarie capacità pittoriche e grafiche, Simi, lo ricevette già in vita con numerosi premi e incarichi prestigiosi. Mentre i suoi insegnamenti furono di riferimento per molti artisti, nazionali e internazionali. Lo Studio fiorentino di Via dei Tintori, che la figlia Nera ereditò, è stato attivo fino al 1987, qui si insegnava il metodo Jerome, che Filadelfo Simi aveva appreso negli anni del suo soggiorno parigino.

Nella produzione di Filadelfo il tema degli affetti e della vita familiare ha sempre avuto un importante risalto. L’omaggio che rese ai genitori con la stesura del famoso dittico, presente in mostra, trova eco negli innumerevoli ritratti della moglie dei figli, nonché nelle opere dell’ultimo periodo, dove le scene di vita familiare quotidiana diventano un tema ricorrente.

Il dittico dei genitori risale al 1886, quando Simi aveva 26 anni, e attraverso la posa solenne della madre, e quella più pragmatica del padre, riesce ad andare ben oltre la perfezione tecnica della tela conferendo ai soggetti un alone di spiritualità. Volle, rifacendosi al dittico dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca, riproporre una “coppia regale”, legata in un’unica cornice. Fu Pietro Annigoni a dividere il dittico in occasione della mostra del 1958, presentando le opere separatamente: la madre Angiolina “composta in una solennità da quattrocentista è percorsa da una commovente affettuosità, con quelle mani che paiono rendere palese, da parte del Pittore, il desiderio di baciarle con venerazione”, come ebbe a scrivere Annigoni. Analogamente, le mani sono il fulcro del ritratto del padre: “Le più belle mani di tutta la pittura dell’800’, come ebbe a definirle Riccardo Bremer, sono a sistemare un ingranaggio, una ruota dentata.

Lorenzo Simi, il padre, era  alle dipendenze dell’Ingegner Angelo Vegni, lo stesso imprenditore del settore del marmo che, in qualità di mecenate, sosterrà gli studi parigini di Filadelfo con Jean Leon Jerome – considerato allora Maestro dell’insegnamento Accademico e del Neoclassicismo francese – e supporterà Filadelfo al suo rientro in Italia, fino a concedergli un lascito testamentario.

Da Parigi a Madrid, dalla Francia alla Spagna, le esperienze e gli studi, le visite ai Musei più importanti, la partecipazione alle ricerche artistiche nei cenacoli internazionali, furono fondamentali per Filadelfo Simi: un vissuto che egli trasferisce nel suo quotidiano e lo fa rivivere dieci anni dopo quando progetta e realizza a Stazzema il suo Studio di pittura immerso nei boschi sulle alture apuane.

Come d’uso tra i pittori dell’epoca Filadelfo si dedica anche al Grand Tour, passa dalla Svizzera e nel percorso italiano arriva fino in Umbria: qui, nel paese di Papigno si trattiene per diversi mesi, ospite del Parroco. Le caratteristiche del paesaggio, straordinariamente ricco di vegetazione, la Valle del fiume Nera, con la Cascata delle Marmore già dal secolo precedente erano stati uno dei centri propulsori della fortunata stagione dei Plenaristi, pittori europei che tra il 1700 e il 1800 dipinsero le bellezze di questa area geografica, come fece J. B. Camille Corot che, nel settembre 1825, soggiornando a Papigno, definì “incantata” la valle del fiume Velino, e descrisse anche in versi la cascata delle Marmore “veloce come la luce la lampeggiante massa spumeggia, scuotendo l’abisso: un incessante scroscio, con la sua inesausta nube di pioggia reca un eterno aprile al terreno attorno, rendendolo tutto uno smeraldo”.

Filadelfo dipinse più volte scorci della vallata, e vorrà perpetuare il ricordo di quei momenti dando il nome di Nera alla figlia.  Nel 1886 Simi è a Firenze e prende residenza in Via dei Tintori, così inizia a frequentare anche la Versilia, dividendosi tra Stazzema e Seravezza, dove conosce Adelaide de Beani che diventerà sua moglie e modella di molte opere.

Gli anni ’90 furono molto importanti per Filadelfo che nell’ambiente fiorentino stava acquisendo sempre maggior prestigio, grazie anche alla stampa dell’epoca che gli concesse grande spazio pubblicando a pagina intera alcune opere importanti. Questa esposizione “mediatica” nella città trovava la sua compensazione nell’Alta Versilia, a Stazzema, dove Filadelfo si era stabilito con la famiglia, alternando periodi di soggiorno locali a quelli fiorentini. Nella quiete dei boschi, nella vita rurale, nel contatto con i lavoratori della terra, che divennero eccellenti modelli, nelle amicizie sincere, trovava l’ispirazione per la ricca produzione dei capolavori che lo resero famoso: Le parche, Il sospetto, Il riflesso, Il pensiero, Fior di Vitalba, Ragazza in giallo, Revoire rappresentano l’importante produzione del momento. Ed è dei primi anni del Novecento, la Preghiera della sera”, opera in cui, come racconta Mario Pratesi in occasione della Rassegna Nazionale di Firenze del 1918: “Simi ha raccolto dodici figure che udirono la campana delle ventuno ricordare l’agonia di Gesù e come usano a Stazzema, nell’alta Versilia, s’inginocchiarono in una piazzetta di quel luogo. Sono tutte in un medesimo raccoglimento di tacita preghiera comune, ma la riflessione di ciascuna figura e perfino (che parrà un ‘inezia) delle dita incrociate, è sì varia, che tale eguaglianza nell’atto non genera monotonia, ma grata armonia”.

Racchiusa nello stesso lirismo poetico è la Primavera di Vittoria: la fanciulla che trascende l’impianto botticelliano ha il volto serenamente malinconico, l’abito festosamente a fiori, il panneggio perfetto e seducente, ma i suoi occhi sono arrossati dal pianto. La Primavera di Simi piange, in vita non ha un tralcio di fiori ma di rovi, porta il cilicio e alcuni fiorellini del vestito sembrerebbero di acanto e pare dirci che, sì, la guerra è vinta, ma quale prezzo è stato pagato? Quanti soldati non sono tornati, o quanti lo sono, ma ammalati o mutilati? Simi celebra la vittoria, ma con la tristezza nel cuore. La Primavera è l’ultima grande (anche nelle dimensioni) opera di Filadelfo, la ritrattistica e l’insegnamento saranno i settori a cui si dedicherà negli ultimi anni di vita.

Gran parte della produzione del Simi riguarda la figura, come scrive Andrea Conti nel 1985: “una serie di piacevoli ed equilibrati ritratti ora gentili di fanciulle pensierose velate di malinconia, ora forti e persuasivi di vecchi contadini, ora devoti ed affettuosi della famiglia, condotti con sensibile penetrazione psicologica sempre sostenuti da un sincero interesse per l’anima e la vita della persona ritratta”. Un’eredità preziosa.

Carlo Franza

 

 

 

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