Erano anni che non vedevo una mostra così profonda, così attuale, così umana.  Curato da Serubiri Moses in occasione della 60º Biennale di Venezia, il corpus di opere in marmo realizzate a Carrara di Reza Aramesh è una riflessione sulla condizione umana, che accende i riflettori sull’uso del potere e della brutalità in un confronto cruciale con la storia dell’arte europea.

Il MUNTREF – Museo de la Inmigración di Buenos Aires e l’Institute of Contemporary Art di Miami annunciano la mostra NUMBER 207 di Reza Aramesh alla Chiesa di San Fantin a Venezia. L’artista britannico di origine iraniana Reza Aramesh torna a Venezia – dopo aver preso parte al padiglione iraniano della 56ma Biennale – con la sua prima esposizione personale, presentata dal curatore newyorkese Serubiri Moses. In concomitanza con la 60ma Biennale d’Arte di Venezia Foreigners Everywhere, a cura di Adriano Pedrosa, la retrospettiva è realizzata in collaborazione con la Diocesi Patriarcato di Venezia, la Dastan Gallery di Teheran e Stjarna.art. 

NUMBER 207 sarà accompagnata da due pubblicazioni di SKIRA Editore – un catalogo della mostra con saggio curatoriale di Serubiri Moses, e un catalogo ragionato dal titolo “Action: by Number” a cura di Serubiri Moses e arricchito dai contributi di Mitra Abbaspour, Geraldine A. Johnson, Julia Friedman, e Storm Janse van Rensburg, distribuito da Thames & Hudson e ARTBOOK | D.A.P. in tutto il mondo. Per ulteriori informazioni, visitare il sito web www.number207venice.com.
NUMBER 207 presenterà un corpus di tre serie scultoree realizzate appositamente in realizzate in marmo di Carrara, estratto dalla Cava Polvaccio, la stessa da cui Michelangelo Buonarroti sceglieva il materiale per i suoi capolavori. Allestita in conversazione con l’ambiente architettonico della Chiesa di San Fantin, l’esposizione trova il suo punto focale nella serie Study of Sweatcloth, che si compone di 207 pezzi di biancheria intima maschile a grandezza naturale, scolpiti in marmo di Carrara e disseminati sul pavimento della chiesa. Spogliato del corpo, l’umile indumento rappresenta l’ultimo brandello materiale di dignità e autonomia corporea del prigioniero, come testimonianza della sua identità e come simbolo della sua successiva perdita. Nel sottolineare la graduale assenza della corporeità, la biancheria intima attira efficacemente l’attenzione sul corpo come luogo politico. Scolpendo il marmo – un mezzo tipicamente riservato ai soggetti di venerazione o di potere – Aramesh impartisce un senso di permanenza materiale e di integrità alle vite invisibili andate perse nei moderni atti di guerra e di terrore, trasformando la materialità di questi soggetti storici in forme scultoree basate sulla storia dell’arte europea e sull’egemonia della bellezza al servizio del potere.
Ogni opera di Aramesh fa riferimento a immagini di archivio e reportage di guerra provenienti da centri di detenzione dalla metà del XX secolo ad oggi; la curatela e l’allestimento della mostra rispondono alla storia del sito stesso, sede dell’Ordine di San Fantin, un ordine ecclesiastico post-medievale che ospitava e amministrava i condannati in attesa dell’esecuzione. L’immaginario moderno dell’artista è reso universale dalla realtà travolgente della guerra e del conflitto, qui intesi come un aspetto persistente della condizione umana. In NUMBER 207, il contesto storico secolare di punizione e riforma intrinseco nella storia della Chiesa di San Fantin incontra l’immaginario di Aramesh, in riferimento ai prigionieri di oggi e alla loro tortura, in un intenso appello all’umanità e al suo precario equilibrio tra empatia e crudeltà.
“Siamo entusiasti di presentare le opere di Reza Aramesh, la cui esposizione NUMBER 207 posiziona il nuovo corpus di sculture in marmo – basato sull’accumulo di “Azioni” – in stretto dialogo con lo spazio espositivo, la Chiesa di San Fantin a San Marco, fondata nel X secolo con lavori di ristrutturazione nel XV secolo, e la sua architettura ecclesiastica medievale. Ci interessa anche il fatto che l’Ordine di San Fantin abbia confortato i condannati prima della loro esecuzione, il che ha una particolare rilevanza per il gruppo scultoreo di Aramesh e i suoi precedenti lavori fotografici.”
– Serubiri Moses

“Le opere presentate nella Chiesa di San Fantin provengono da diverse serie avviate a partire dal 2022, che ho scelto di chiamare “Azioni”. Il mio obiettivo per questa mostra è quello di stimolare una conversazione tra la struttura esistente della chiesa e ciò che essa rappresenta, per rivelare nuovi e inaspettati abbinamenti con il mio lavoro. Fin dall’inizio della mia pratica, più di vent’anni fa, mi sono concentrato su immagini di reportage, per lo più tratte da conflitti in tutto il mondo, per trasformarle in forme scultoree rappresentate attraverso la storia dell’arte dell’Europa occidentale. Le figure che evoco parlano di impotenza; mi interessa come un pubblico possa riflettere su questa condizione, soprattutto quando può scegliere se avere reazioni crudeli o empatiche.”
– Reza Aramesh

L’Ordine di San Fantin operò all’interno della chiesa nel periodo post-medievale. Come avveniva comunemente a quel tempo, le società cristiane e coloniali condannavano i detenuti a morte. Prima di portare i condannati alla loro esecuzione – che, ci dicono gli storici, veniva effettuata in diversi punti di Venezia – l’Ordine di San Fantin li confortava e li ospitava all’interno della chiesa. Dalle fonti di quell’epoca, l’Ordine indossava abiti neri e aveva, in generale, un aspetto cupo. Questo contesto storico fornisce molta rilevanza e risonanza in relazione alle sculture di Reza Aramesh, che indagano la brutalità della condizione umana.

Biografia di Reza Aramesh. Nato in Iran, Reza Aramesh vive e lavora tra Londra e New York. Ha conseguito un master in Belle Arti presso la Goldsmiths University di Londra. Il suo lavoro è stato esposto in mostre personali e collettive come la 14 Bienal de la Habana; Asia Society Museum di New York; The Metropolitan Museum of Art Breuer di New York; SCAD Museum di Atlanta, Georgia; Akademie der Kunste Berlin; la 56. Biennale di Venezia; Art Basel Parcours; Frieze Sculpture Park di Londra; Sculpture in the City di Londra; l’Armory Show Off-Site al Collect Pond Park di New York e al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, tra gli altri. Aramesh ha orchestrato una serie di spettacoli e situazioni in spazi come The Barbican Centre, la Tate Britain e l’ICA di Londra. Le sue opere sono entrate in collezioni pubbliche e private in tutto il mondo, tra cui Argentina, Germania, Lituania, Polonia, USA, Belgio, Israele, Francia, Iran, Libano, Italia e Regno Unito.
Sperimentando con vari medium – scultura, disegno, ricamo, ceramica, video e performance – in un susseguirsi di “Azioni”, Reza Aramesh trae ispirazione dalla copertura mediatica dei conflitti internazionali risalenti alla metà XX secolo fino ai giorni nostri. Questo concetto viene poi trasformato in volumi scultorei in collaborazione con dei modelli non professionisti. Nel risultato finale non rimane nessun segno diretto della guerra, e i personaggi sembrano estrapolati dai loro contesti iniziali. L’opposizione tra bellezza e brutalità permette all’artista di svelare l’assurdità e la futilità di queste azioni. Aramesh de-contestualizza queste scene di violenza dalle loro origini, esplorando le narrazioni di rappresentazione e iconografia del corpo maschile in diversi contesti di razza, classe e sessualità, al fine di creare una conversazione critica con il canone storico dell’arte occidentale.

Serubiri Moses è uno critico e curatore con sede a New York. È autore di diversi capitoli di libri tradotti in cinque lingue ed è l’editore di Forces of Art: Perspectives from a Changing World (Valiz, 2021). Attualmente è docente di Storia dell’Arte presso l’Hunter College, CUNY. In precedenza ha insegnato presso la New York University, il Center for Curatorial Studies, il Bard College e il New Centre for Research and Practice, Dark Study e Digital Earth Fellowship. Come curatore, ha organizzato mostre presso musei tra cui MoMA PS1, Long Island City; Kunst-Werke Institute for Contemporary Art, Berlino; e il Museo Hessel, Bard College, NY. Fa parte della redazione di e-flux journal.

Carlo Franza 

 

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